Non pensare subito alla rosa
se dico "fiore", pensa anche
al carciofo, che hai lì
nel piatto e sfogli
petalo dopo petalo
fino al cuore carnoso
ma non ti fidi, e ridi,
e vi affondi i dentini,
e me lo mostri, furbetta,
con le impronte ben nette,
beatamente trionfando
del mio noioso insegnamento,
perché la rosa è la rosa,
un fiore degno del nome:
il carciofo - non vedi? -
è un'altra cosa.
(da Una strana gioia, Manni 2003)
Questo blog si propone di essere un costante omaggio all'uomo, al poeta, all'artista. Viene riaperto a seguito della chiusura da parte di splinder del precedente blog "storico".
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domenica 6 settembre 2015
martedì 17 marzo 2015
UNA STRANA GIOIA, rileggendo poesie di Ariodante Marianni
Nell’aprile 2002 Ariodante Marianni pubblicò Stato d’allerta, silloge che comprendeva, e riproponeva ai lettori, testi scritti tra il 1948 ed il 1962. Si trattava dei suoi due primi libri di versi De l’amour e Viaggio in incognito (Cittadella, Biblioteca Cominiana, 1987 e 1988 rispettivamente) insieme ad un gruppo di altre liriche dello stesso periodo, inedite o pubblicate in riviste. Marianni è noto per la sua importante e magistrale attività di traduttore: Dylan Thomas, William Butler Yeats, William Carlos Williams, Walt Withman sono solo alcuni degli autori da lui resi in italiano con grande eleganza formale e profonda sensibilità poetica.
Ora, ad un anno esatto di distanza da Stato d’allerta esce Una strana gioia, oltre cento pagine per poesie degli ultimi venti anni, alcune delle quali (Brindisi di san Silvestro) già editi all’inizio degli anni Novanta sempre per la Biblioteca Cominiana e ora riproposti arricchiti di qualche lirica in più.
Scrive Mario Luzi nella quarta di copertina del libro: "Ariodante asciuga all’estremo l’istantaneo, l’emozionale della scrittura: non ci sono sbavature di sorta: e tuttavia la fa brillare di una vita seconda che è quella della saggezza, se si può dare questo nome all’acquisto di calma e di maestria nei riguardi del vissuto e delle sue immagini convulse".
La raccolta propone al lettore tre sezioni. La prima ha lo stesso titolo del libro e della poesia d’apertura:
Ora, ad un anno esatto di distanza da Stato d’allerta esce Una strana gioia, oltre cento pagine per poesie degli ultimi venti anni, alcune delle quali (Brindisi di san Silvestro) già editi all’inizio degli anni Novanta sempre per la Biblioteca Cominiana e ora riproposti arricchiti di qualche lirica in più.
Scrive Mario Luzi nella quarta di copertina del libro: "Ariodante asciuga all’estremo l’istantaneo, l’emozionale della scrittura: non ci sono sbavature di sorta: e tuttavia la fa brillare di una vita seconda che è quella della saggezza, se si può dare questo nome all’acquisto di calma e di maestria nei riguardi del vissuto e delle sue immagini convulse".
La raccolta propone al lettore tre sezioni. La prima ha lo stesso titolo del libro e della poesia d’apertura:
Strana gioia di vivere
la chiamò Sandro Penna,
un frizzante vinello
un diavoletto in corpo.
Ti svegli e vai alla finestra,
respiri largo, ti stiri,
senza volerlo sorridi:
cerchi un motivo ma non c’è,
niente è diverso da ieri,
nessun prodigio è in corso.
Forse è un compenso
o un premio perché vivi.
Segue un numeroso gruppo di poesie per lo più brevi, pubblicate qui per la prima volta. I temi sono diversi e spaziano dall’amore a momenti di vita quotidiana, alle immagini del sogno o dell’insonnia, agli interrogativi esistenziali ed etici. La misura, e spesso l’ironia del linguaggio, contraddistinguono e levigano all’estremo queste liriche rendendone palpabili l’essenzialità e la purezza.
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| Ario (Ariodante Marianni), geometrie senza titolo, 1974 |
sabato 15 febbraio 2014
Radici
Non ho radici dove sono nato
né dove vivo né da cui provengo,
madri sabine e padri marchigiani
("marchesi" mi uscì detto bambino,
e mi costò un soprannome beffardo)
con qualche probabile zampino
gotico o longobardo.
Vorrei potermi dire cittadino del mondo,
ma in quel lapsus puerile
c'erano già i confini di questa patria certa,
circoscritta, ristretta
in questa lingua che uso (al punto che sospetto
che la mia lingua sia il mio stesso io,
se con lei penso, con lei sogno e scrivo).
Vorrei sentirmi un semplice abitante terrestre,
come il celeste giorno che scovai
fra le alghe verdi e i ciottoli del fondo
la conchiglia più bella del reame
e godendola tutta mi tuffai
privo di vesti a vincoli di verbi,
animale di pure sensazioni,
di salda essenza e mitiche visioni.
Ariodante Marianni, Una strana gioia, Manni, dicembre 2003
Wikipedia
né dove vivo né da cui provengo,
madri sabine e padri marchigiani
("marchesi" mi uscì detto bambino,
e mi costò un soprannome beffardo)
con qualche probabile zampino
gotico o longobardo.
Vorrei potermi dire cittadino del mondo,
ma in quel lapsus puerile
c'erano già i confini di questa patria certa,
circoscritta, ristretta
in questa lingua che uso (al punto che sospetto
che la mia lingua sia il mio stesso io,
se con lei penso, con lei sogno e scrivo).
Vorrei sentirmi un semplice abitante terrestre,
come il celeste giorno che scovai
fra le alghe verdi e i ciottoli del fondo
la conchiglia più bella del reame
e godendola tutta mi tuffai
privo di vesti a vincoli di verbi,
animale di pure sensazioni,
di salda essenza e mitiche visioni.
Ariodante Marianni, Una strana gioia, Manni, dicembre 2003
Wikipedia
![]() |
| Ario, Carnevale degli animali ad Altamira, monotipo su carta 1965 |
martedì 13 agosto 2013
Roma illa
a Mario Picchi
Da giorni un verso mi si rigira nella testa
come uno scolaro ancora assonnato
che non si decide a uscire dal letto.
A dargli retta, parafrasando Catullo
e con tanto di dieresi sulla i,
avrei dovuto cominciare questa lettera così:
"Mario, Roma nostra, quella Roma,
Roma che tanto abbiamo amato..."
e con l'amara stizza dell'amante tradito,
andare avanti a forza di rimpianti,
non tralasciando qualche rude epiteto
da marciapiede.
"Letteratura a parte -
ha interloquito in tempo il mio Grillo
parlante - lo trovo stupido e ingiusto.
Che vuoi rimpiangerti? i fasti dei gerarchi?
od i nefasti del dopoguerra:
i baraccati a Testaccio e sull'Aniene,
gli stracci a Porta Portese,
la borsa nera e tutte le miserie
celebrate dai film del neorealismo?
E di tuo che lamenti? la stanza in subaffitto
con la finestra sul cortile, o il tram notturno
dalle scuole serali, scatenato nella città
semideserta, che ti svegliava alle curve
con fischi e scossoni? In realtà,
quello che rimpiangete, tu e gli altri tuoi pari,
è, come al solito, il tempo perduto,
la gioventù andata al macero".
Vorrei, ho tentato di ribattere, solo una cosa,
che saprei ancora godermi:
camminare per Roma senza pericolo di morte.
"Giusto - ha insistito - Roma è sporca e caotica,
il gas di scarico del traffico
sbriciola marmi, secca pini, unge pareti,
e si respira con un quarto di polmone.
Ma te la immagini piena di carri,
di tiri a quattro, di cab e barrozze,
con bai, leardi, palafreni e rozze,
asini e muli parcheggiati in ogni angolo?
Passeggeresti più tranquillo?"
Vorrà dire - ho rimbeccato indispettito -
che quando un barbaro a cavallo
del suo Bucefalo ruggente, mi arroterà le spalle
mentre attraverso il Corso sulle strisce,
dirò: ecco un arcangelo che passa;
sono stato sfiorato dalla grazia!
*
Stanotte mi sono svegliato di soprassalto
da un incubo di gente nuda, convulsa,
che scavalcava le transenne, agitando
le braccia, urlando titoli e cifre
contro di me nel box che protestavo
la mia innocenza. Seduto sul letto,
mentre calmavo il batticuore, ho pensato
a Calcutta, Città del Messico, Il Cairo,
e a tutti quegli anelli che circondano,
come aureole, le metropoli del globo,
in cui lontana da Borse e monumenti,
lindi quartieri con viali e giardini,
una reietta umanità cresce i suoi figli
in dormitori di lamiera, fra stenti
e crimini vissuti come destino,
e neri vizi che addolciscono il tempo
di quell'unico vizio che la Natura impone:
sopravvivere, per riprodursi...
Capzioso è il grillo, riflettevo,
col suo irritante buonsenso
che castra speranze e nostalgie;
ma più subdolo è il sogno, e questi pensieri,
che gli vengono dietro senza un nesso.
Forse contengono una chiave.
La gioia è fuggita dalle nostre coscienze;
Roma o Stoccolma, non cambia: la Storia
incombe, la Cina è vicina: il solo esistere
in questa belle époque che non godiamo
ci dà rimorsi senza colpe. E dunque addio
notti brave a Trastevere, scorrerie
lungo l'Appia, tramonti al Pincio, merende
ragionando d'amore in mezzo all'erba,
porgendo orecchio alle favole narrate
dalle foglie e dai merli dietro i ruderi:
Roma non è più nostra, Roma illa.
Roma, 21 ottobre 1988
"Roma illa" è tratta dalle "Lettere oraziane" di Ariodante Marianni in Una strana gioia, Manni 2003, pp. 75-77
Da giorni un verso mi si rigira nella testa
come uno scolaro ancora assonnato
che non si decide a uscire dal letto.
A dargli retta, parafrasando Catullo
e con tanto di dieresi sulla i,
avrei dovuto cominciare questa lettera così:
"Mario, Roma nostra, quella Roma,
Roma che tanto abbiamo amato..."
e con l'amara stizza dell'amante tradito,
andare avanti a forza di rimpianti,
non tralasciando qualche rude epiteto
da marciapiede.
"Letteratura a parte -
ha interloquito in tempo il mio Grillo
parlante - lo trovo stupido e ingiusto.
Che vuoi rimpiangerti? i fasti dei gerarchi?
od i nefasti del dopoguerra:
i baraccati a Testaccio e sull'Aniene,
gli stracci a Porta Portese,
la borsa nera e tutte le miserie
celebrate dai film del neorealismo?
E di tuo che lamenti? la stanza in subaffitto
con la finestra sul cortile, o il tram notturno
dalle scuole serali, scatenato nella città
semideserta, che ti svegliava alle curve
con fischi e scossoni? In realtà,
quello che rimpiangete, tu e gli altri tuoi pari,
è, come al solito, il tempo perduto,
la gioventù andata al macero".
Vorrei, ho tentato di ribattere, solo una cosa,
che saprei ancora godermi:
camminare per Roma senza pericolo di morte.
"Giusto - ha insistito - Roma è sporca e caotica,
il gas di scarico del traffico
sbriciola marmi, secca pini, unge pareti,
e si respira con un quarto di polmone.
Ma te la immagini piena di carri,
di tiri a quattro, di cab e barrozze,
con bai, leardi, palafreni e rozze,
asini e muli parcheggiati in ogni angolo?
Passeggeresti più tranquillo?"
Vorrà dire - ho rimbeccato indispettito -
che quando un barbaro a cavallo
del suo Bucefalo ruggente, mi arroterà le spalle
mentre attraverso il Corso sulle strisce,
dirò: ecco un arcangelo che passa;
sono stato sfiorato dalla grazia!
*
Stanotte mi sono svegliato di soprassalto
da un incubo di gente nuda, convulsa,
che scavalcava le transenne, agitando
le braccia, urlando titoli e cifre
contro di me nel box che protestavo
la mia innocenza. Seduto sul letto,
mentre calmavo il batticuore, ho pensato
a Calcutta, Città del Messico, Il Cairo,
e a tutti quegli anelli che circondano,
come aureole, le metropoli del globo,
in cui lontana da Borse e monumenti,
lindi quartieri con viali e giardini,
una reietta umanità cresce i suoi figli
in dormitori di lamiera, fra stenti
e crimini vissuti come destino,
e neri vizi che addolciscono il tempo
di quell'unico vizio che la Natura impone:
sopravvivere, per riprodursi...
Capzioso è il grillo, riflettevo,
col suo irritante buonsenso
che castra speranze e nostalgie;
ma più subdolo è il sogno, e questi pensieri,
che gli vengono dietro senza un nesso.
Forse contengono una chiave.
La gioia è fuggita dalle nostre coscienze;
Roma o Stoccolma, non cambia: la Storia
incombe, la Cina è vicina: il solo esistere
in questa belle époque che non godiamo
ci dà rimorsi senza colpe. E dunque addio
notti brave a Trastevere, scorrerie
lungo l'Appia, tramonti al Pincio, merende
ragionando d'amore in mezzo all'erba,
porgendo orecchio alle favole narrate
dalle foglie e dai merli dietro i ruderi:
Roma non è più nostra, Roma illa.
Roma, 21 ottobre 1988
"Roma illa" è tratta dalle "Lettere oraziane" di Ariodante Marianni in Una strana gioia, Manni 2003, pp. 75-77
venerdì 15 giugno 2012
Radici, di Ariodante Marianni
Non ho radici dove sono nato
né dove vivo né da cui provengo,
madri sabine e padri marchigiani
(“marchesi”, mi uscì detto da bambino,
e mi costò un soprannome beffardo)
con qualche probabile zampino
gotico o longobardo.
Vorrei potermi dire cittadino del mondo,
ma in quel lapsus puerile
c'erano già i confini di questa patria certa,
circoscritta, ristretta
in questa lingua che uso (al punto che sospetto
che la mia lingua sia il mio stesso io,
se con lei penso, con lei sogno e scrivo).
Vorrei sentirmi un semplice abitante terrestre,
come il celeste giorno che scovai
fra le alghe verdi e i ciottoli del fondo
la conchiglia più bella del reame
e godendola tutta mi tuffai
privo di vesti e vincoli di verbi,
animale di pure sensazioni,
di salda essenza e mitiche visioni.
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