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domenica 8 febbraio 2026

«Forse non è più tempo di vacanza». Testimonianze, traduzioni e autografi inediti dal carteggio tra Vittorio Sereni e Ariodante Marianni (1959-1982), di Mario Gerolamo Mossa

Abstract: La fitta corrispondenza tra Vittorio Sereni e il traduttore e poeta Ariodante Marianni consente di ricostruire i momenti salienti di un profondo rapporto di amicizia durato per oltre un ventennio. Il saggio offre una disamina delle principali occasioni di confronto umano e letterario condivise, sia nel pubblico sia nel privato, tra queste due figure. Tra il 1959 e il 1961, inoltre, Sereni inviò in lettura a Marianni non pochi testi che sarebbero poi confluiti negli Strumenti umani: all’analisi di questi autografi inediti è dedicata l’appendice filologica che chiude il lavoro.




Ario, Geometrie d'incontri, acrilico su tela, 1970

mercoledì 16 febbraio 2022

Ariodante Marianni a 100 anni dalla nascita 1. Poesie della pace e del ricordo

TRE POESIE PER LA PACE

RESIDUATI BELLICI (1948 – 1952)
I - I nuovi Dei
I nuovi Dei
puntano il dito,
non scendono più
tra gli uomini,
riuniti in una stanza
ci osservano,
fotografati
da 20.000 metri.
Che cos’erano
Nagasaki, Hiroshima?
Un punto nero
su una mappa
per Truman & Co.

II - Negoziati
Uno scoppio, lo scontro
di due colombe in volo
provenienti da opposte direzioni:
una pioggia di penne,
bianche, miste a foglie d’ulivo
(da terra fu seguita attraverso
mirini e radar, le dita impazienti
tamburellanti sui tasti).
Per nulla scoraggiati, i diplomatici
iniziano nuove trattative.
Altre colombe – ne abbiamo tante –
saranno inviate dalle rampe di lancio”.

III - Finalino
Un rumore
di giornali
strappati,
di vetri infranti
un epilogo gentile
senza squilli
di trombe
o esplosioni
e le carni disciolte
staccarsi,
le cellule libere, unite
in una nuvola unica, alta,
(a forma di fungo?)

                                             Icone di pace, monotipo su carta, 1960

martedì 11 gennaio 2022

L’allegoria del labirinto nella pittura e nella poesia di Ariodante Marianni, di Eleonora Bellin

Dipingendo avevo in mente le cose più disparate: dai miti solari di Ra e di Mitra alla guerra nel Vietnam; le più astratte coppie di opposti, buio-luce, odio-amore, pace-guerra; tutto ciò che è in conflitto, dentro e fuori di noi. Attualmente lavoro a un tema che mi assilla da due anni, denso di suggestioni e di sviluppi e che nel nostro tempo ha interessato più di un artista, da Joyce a Butor, a Sanguineti, a Klee, a Ricasso: il tema del labirinto. Esso formerà l’oggetto della mia prossima mostra. Il fatto che io ne riproponga l’immagine in frammenti (l’atto del suo disgregarsi e del suo ricomporsi) come immagine mitica del nostro tempo, ne costituisce la novità principale e il significato più palese.”

Così presentava la sua opera Ariodante Marianni nella scheda a lui dedicata del catalogo dell’esposizione “Da dove veniamo chi siamo dove andiamo. Il pubblico e l’arte contemporanea”, tenutasi ad Altopascio nell’Antica Magione dei Cavalieri del Tau dal 22 luglio al 2 agosto 1973. Nel testo di presentazione dell’incontro artistico a più voci la curatrice, Lara Vinca Masini, poneva Ario tra gli artisti che intendevano “la pittura come espressione di un linguaggio, non come distinzione categoriale”.

La visione novecentesca del mito, era ben presente a Marianni, impegnato in una ricerca pittorica che svelasse il sé e l’altro, il presente e il passato, l’agire della volontà degli uomini e il supremo volere del caso, l’imperscrutabilità del caos e l’ordinato porsi delle strutture e delle scienze opera dell’ingegno umano, dalle raffinate elaborazioni architettoniche dei labirinti rinascimentali alle implicazioni matematiche della costruzione e della risoluzione dei labirinti.

Quando decide di essere pronto per esprimere artisticamente il suo confrontarsi col mito antico e la sua storia, Ario non sceglie l’incastro perfetto e il glorioso percorso che conduce a superare, risolvere, o vincere l’enigma che quell’elaborata costruzione pone a chiunque vi si addentri. Non lo sceglie perché, se la ricerca è continua e incalzante, la risposta è incerta e mai definitiva: ogni domanda incalza la precedente, ogni sentiero sfocia in un altro sentiero o in un bivio, pone un’alternativa, sollecita una scelta.

Il labirinto di Ario è ridotto in frammenti, spezzato, distrutto. L’opera dell’ingegno non ha resistito al male, è a pezzi, crollata, perché il male già prigioniero, ma solo provvisoriamente prigioniero, è dilagato nel mondo. Sono gli anni in cui l’Italia si è ormai ripresa dalle distruzioni della guerra, in cui le città bombardate sono state ricostruite, e tuttavia non è indolore la consapevolezza delle innumerevoli vittime, dei loro nomi fragili o perduti, dei loro volti già impalliditi, forse scordati. Nelle mura delle città e delle case in frantumi si specchia il dolore degli esseri umani, dolore del pensiero e delle sue contraddizioni, interrogativo sul significato dell’esistere di ciascuno e di tutti, sull’esperienza dell’esistenza dell’aberrazione e del mostro nella storia umana. Le crepe e i frammenti delle mura cadute e sparpagliate nella città sono, a un tempo, le spaccature prodotte nel mondo da un processo storico malato e quelle inflitte alle vicende personali degli uomini in esso coinvolti: la costruzione di un io saldo e consapevole di sé può mitigare la disperazione e le paure dell’esistenza. Ma il processo è continuo, infinito finché il cuore batte, non si può arrestare, pena un nuovo crollo, la ricaduta in frantumi, l’esclusione sociale. 

L'articolo per intero si legge su FERMENTI n.243/2015 e al link Discussione: Ario: Fragmenta Labyrinthi - Academia.edu



Ario, Frammenti di labirinto in rosso, 1970 

mercoledì 21 agosto 2019

Il monotipo della luna


Tra i "monotipi degli anni Sessanta" del Novecento si distingue questa opera di piccole dimensioni, che potremmo definire "della luna" o forse di Marte. Ario (Ariodante Marianni) spesso non attribuiva un titolo alle proprie opere, lasciando che fosse il pubblico, se voleva, a cercare titoli corrispondenti alle emozioni o ai pensieri che l'opera gli suscitava. E questo ci pare evocativo di luci, vapori, creature extraterrestri. L'opera è del 1964.

venerdì 28 settembre 2018

ARIODANTE, di Marzio Pieri

Sulla rivista di letteratura, storia e arte FERMENTI, diretta da Velio Carratoni (n. 457, 2018), si legge una appassionata ed esauriente recensione del volume LA POESIA E LA VITA. Ariodante Marianni dieci anni dopo, edito sempre per le Edizioni Fermenti nel 2017 e a cura di Eleonora Bellini. Marzio Pieri, autore del testo, nota, tra le altre cose, che si tratta di un libro tutto da leggere e tenere a portata di mano. Proponiamo qui la recensione per intero.





martedì 24 ottobre 2017

Ariodante Marianni poeta e pittore. MOSTRA



A dieci anni dalla scomparsa, Giulio Martinoli, amico del poeta, ha ideato questa mostra per rendergli omaggio e per ricordarne l'originalità, il valore e lo spessore dell'opera, sia che si tratti di poesia, di pittura o di traduzione.

venerdì 30 dicembre 2016

"Il cardo chi ha temuto": un saggio augurio in versi

Il cardo chi ha temuto
per diventare spinoso,

mentre si è fatto un fiore
come una bolla di sapone
l'allegro tarassaco?

Come evolve l'uomo sotto
la spinta delle idee?

Non bisogna stancarsi
di predicare la gentilezza.

La poesia, tra le numerose inedite di Ariodante Marianni, fu pubblicata postuma sulla rivista CAPOVERSO nel secondo semestre 2012.

Ario, monotipo su carta, 1966 circa.

mercoledì 4 novembre 2015

"Fragmenta Labyrinthi", ricerca artistica di Ario su Fermenti n. 243/2105

La rivista FERMENTI, edita a Roma dall'omonima casa editrice, ospita nel suo più recente numero un articolo di Eleonora Bellini sull' allegoria del labirinto nella pittura e nella poesia di Ariodante Marianni (pp. 77 - 83). L'articolo si propone di offrire alcune sintetiche linee di lettura sia della fase pittorica di Ario relativa ai "frammenti del labirinto", sia della presenza del medesimo tema nella sua poesia, in particolare in alcune liriche di Viaggio in incognito.
Un solo esempio qui, tratto da "Se in questo disordinato stupore":

[...]

Ed ecco, noi riprendiamo il cammino
in mezzo ai ruderi del labirinto, in cerca
di quel centro che non esiste, lungo vie
da gran tempo abolite, guidando il bimbo
per mano: per quell’amore, per quell’amore
che ci consuma, che già sappiamo inutile
sapienza, o forse solo elusiva bellezza.

Ario. Labirinti della mente e del corpo, fotografia b/n, 1970
 
 

martedì 17 marzo 2015

UNA STRANA GIOIA, rileggendo poesie di Ariodante Marianni

Nell’aprile 2002 Ariodante Marianni pubblicò Stato d’allerta, silloge che comprendeva, e riproponeva ai lettori, testi scritti tra il 1948 ed il 1962. Si trattava dei suoi due primi libri di versi De l’amour e Viaggio in incognito (Cittadella, Biblioteca Cominiana, 1987 e 1988 rispettivamente) insieme ad un gruppo di altre liriche dello stesso periodo, inedite o pubblicate in riviste. Marianni è noto per la sua importante e magistrale attività di traduttore: Dylan Thomas, William Butler Yeats, William Carlos Williams, Walt Withman sono solo alcuni degli autori da lui resi in italiano con grande eleganza formale e profonda sensibilità poetica.
Ora, ad un anno esatto di distanza da Stato d’allerta esce Una strana gioia, oltre cento pagine per poesie degli ultimi venti anni, alcune delle quali (Brindisi di san Silvestro) già editi all’inizio degli anni Novanta sempre per la Biblioteca Cominiana e ora riproposti arricchiti di qualche lirica in più.
Scrive Mario Luzi nella quarta di copertina del libro: "Ariodante asciuga all’estremo l’istantaneo, l’emozionale della scrittura: non ci sono sbavature di sorta: e tuttavia la fa brillare di una vita seconda che è quella della saggezza, se si può dare questo nome all’acquisto di calma e di maestria nei riguardi del vissuto e delle sue immagini convulse".
La raccolta propone al lettore tre sezioni. La prima ha lo stesso titolo del libro e della poesia d’apertura:



Strana gioia di vivere
la chiamò Sandro Penna,

un frizzante vinello
un diavoletto in corpo.

Ti svegli e vai alla finestra,
respiri largo, ti stiri,

senza volerlo sorridi:
cerchi un motivo ma non c’è,

niente è diverso da ieri,
nessun prodigio è in corso.

Forse è un compenso

o un premio perché vivi.

Segue un numeroso gruppo di poesie per lo più brevi, pubblicate qui per la prima volta. I temi sono diversi e spaziano dall’amore a momenti di vita quotidiana, alle immagini del sogno o dell’insonnia, agli interrogativi esistenziali ed etici. La misura, e spesso l’ironia del linguaggio, contraddistinguono e levigano all’estremo queste liriche rendendone palpabili l’essenzialità e la purezza.
Continua a leggere  la recensione su letteraturaalfemminile

Ario (Ariodante Marianni), geometrie senza titolo, 1974
 

martedì 11 novembre 2014

PITTURA E POESIA, intervista ad Ariodante Marianni


Fino dall’adolescenza tu hai molto amato e molto letto poesie e addirittura interi poemi, anche di autori "minori". Hai anche scritto numerose composizioni poetiche. Poi, ad un certo momento, la poesia, almeno quella scritta, in te tacque e prese forma e colori la pittura. Come avvenne questo?  
La pittura era stata un po’ il mio sogno da ragazzo, ma dipingere era costoso e richiedeva tempo e spazio. Dopo la fine della rivista Marsia, nel 1960, e un po’ anche in seguito all'incontro e all'amicizia con Alfredo Giuliani e i poeti della neo-avanguardia, entrai in crisi con la parola; smisi di scrivere poesie, mi limitai a tradurne. Ma gli stimoli creativi non per questo cessarono e il ricorso ai pennelli e ai colori fu conseguente.

Tuttavia i rapporti con la letteratura, e la poesia in primis, rimasero stretti ed evidenti anche nel periodo della tua attività pittorica…
Sì, certo. La mia prima mostra personale, alla Libreria Einaudi in via Veneto, fu un “Omaggio a Dylan Thomas” e fu del maggio 1966, l’anno dopo l’uscita della mia traduzione. Anche la seconda mostra, nel ‘70, mista di dipinti su tela e monotipi su carta, tenuta sempre a Roma alla Galleria “Il Segno” di Angelica De Chirico non era esente da suggestioni extra-pittoriche in senso stretto. Lo dichiarai nell’auto-presentazione che scrissi in quella occasione e che, per quanto riguarda i monotipi, fu accompagnata da uno scritto di Hans Richter . 

Facciamo un passo indietro. Vuoi raccontarci altro a proposito della tua primissima iniziazione allo studio della pittura che, mi pare, fu alle origini altrettanto precoce di quella allo studio letterario, se non di più.
Durante la scuola media, il preside della scuola, che era un pittore, andato in pensione, scelse i più bravi in disegno e due volte la settimana ci dava nel pomeriggio lezioni di pittura. Lì imparai l'abc, la grammatica del disegno e della pittura, come si impastano i colori, come si prepara una tela, e come si dipinge. Ci faceva copiare dal vero, ci iniziò alla pittura a olio, ci faceva riprodurre fotografie, cartoline, paesaggi... Poi, nel primo dopoguerra, frequentai anche un corso di nudo al Circolo Artistico Internazionale di Via Margutta. Ma i tempi erano cambiati e l’astrattismo imperava imponendo altri modi. Ricordo che ricominciai usando pennelli cinesi su grandi fogli con inchiostri di china colorati. L'ultima poesia la scrissi per il mio quarantesimo compleanno e dopo allora niente più, per vent’anni. La pittura d’altronde mi dava soddisfazioni, era un vero lavoro, feci altre mostre personali, partecipai a collettive, ebbi a Livorno un gallerista, Giraldi, che mi acquistava due quadri al mese. Mi esprimevo con grande libertà; ai monotipi seguì un periodo di pittura geometrizzante incentrato sull’indagine della casualità, quindi quello dei “fragmenta labyrinthi”; infine, abbandonate tele e pennelli, le mie due ultime due personali, a Bologna e a Bari, furono di immagini fotografiche allegoriche. La letteratura, cacciata dalla porta, rientrava dalla finestra… 


E gli altri artisti, gli altri pittori? Chi ti ha maggiormente influenzato, in chi ti sei riconosciuto? Chi frequentavi? Ti fa piacere ricordarcelo?
Gli anni sessanta, come sa chi li ha vissuti, furono a Roma anni di grande fermento intellettuale e, fra gli artisti, di grande comunicativa e apertura. Mio amico e per certi aspetti maestro fu Piero Dorazio, ci vedevamo spessissimo, prima che si trasferisse a Todi, nel suo studio alla Valchetta Cartoni, o, insieme ad altri, Perilli, Turcato, nella mitica stamperia di Renzo e Flavia Romero, a due passi da Piazza del Popolo. Ma prima ancora, negli anni ’50, avevo stretti legami con Armando Buratti e il gruppo di “Portonaccio”. Gli anni passano veloci. Quanto a influssi veri e propri, ma parlerei piuttosto di suggestioni, credo che fossero i grandi del passato, Klee, in primo luogo, e Kandinskj, ma in qualche modo anche Mondrian e Malevic a darmene di più. Tuttavia, anche per il doppio binario con la letteratura e la poesia, il mio fu un percorso tutto sommato piuttosto autonomo e solitario. 

Quanto al tuo nome in pittura: perché Ario, anziché Ariodante Marianni per intero?
Forse per rimarcare la diversità dal lavoro letterario. Ario è il nome con cui mi chiamano gli amici. Cominciai a usarlo nella seconda mostra personale alla galleria “Il segno” di Roma, mostra di transizione perché comprendeva sia monotipi che tele con composizioni geometrizzanti ricavate col metodo del “coup de dès”, come spiegavo nell’autopresentazione. Aggiungo che da un “quadro – madre” così composto ritagliavo zone che diventavano a loro volta composizioni autonome. 

Recentemente, dopo tanti anni di “ritiro” letterario, sono state riproposti in mostra i tuoi monotipi. Come li hai rivisti? Che significato hanno assunto ora per te?
E’ alla Fondazione Marazza di Borgomanero e anche a te che devo questa “riesumazione”, e, in quanto sua artefice, hai potuto davvero toccare con mano con che entusiasmo io ne abbia seguito le fasi e l’attuazione. E’ stata la riscoperta di un io fecondo e dimenticato. Con tutto il distacco che dà il lungo tempo passato, diciamo che mi sono guardato indietro e mi sono compiaciuto. 

PITTURA E POESIA Intervista di Eleonora Bellini ad Ariodante Marianni da Pagina Picta, 2005

martedì 25 marzo 2014

Come sarà quest'albero, di Ariodante Marianni (26 marzo 2007 - 26 marzo 2014)


Come sarà quest’albero
il prossimo inverno,
quando scadranno i termini e tutta
indurita la terra
allestirà un sontuoso banchetto
per le esequie dei fiori?
Legioni di architetti scaveranno
città sotterranee e la linfa
gelerà nei suoi condotti.

Come saranno  
queste conchiglie e queste pinne?

                           Assurdo piangere
per il tempo che passa (troppo in fretta
per la nostra ingordigia).

 
Ariodante Marianni, dalle carte inedite Work in progress. La poesia fu poi pubblicata postuma sulla rivista CAPOVERSO n. 26/2012


Ario, Sera di primavera, disegno a gessetti su carta. 1960
 

sabato 15 febbraio 2014

Radici

Non ho radici dove sono nato
né dove vivo né da cui provengo,
madri sabine e padri marchigiani
("marchesi" mi uscì detto bambino,
e mi costò un soprannome beffardo)
con qualche probabile zampino
gotico o longobardo.

Vorrei potermi dire cittadino del mondo,
ma in quel lapsus puerile
c'erano già i confini di questa patria certa,
circoscritta, ristretta
in questa lingua che uso (al punto che sospetto
che la mia lingua sia il mio stesso io,
se con lei penso, con lei sogno e scrivo).

Vorrei sentirmi un semplice abitante terrestre,
come il celeste giorno che scovai
fra le alghe verdi e i ciottoli del fondo
la conchiglia più bella del reame
e godendola tutta mi tuffai
privo di vesti a vincoli di verbi,
animale di pure sensazioni,

di salda essenza e mitiche visioni.

Ariodante Marianni, Una strana gioia, Manni, dicembre 2003
Wikipedia

Ario, Carnevale degli animali ad Altamira, monotipo su carta 1965

domenica 19 gennaio 2014

Fabio De Santis così recensiva "Un amore senile"

 
Libro pregevole, dal titolo esplicito, puntuale anche nello specificare che trattasi di poesie di un ottuagenario.
La precisazione diventa decisiva se si pensa che la prima parte del libro è un poema d’amore, cosa rara a trovarsi oggi. In effetti l’aroma speziato a cui allude l’autore, scomparso nel marzo del 2007, fa pensare all’afrore dei sessi, dei corpi appassionati, per una schiettezza, una freschezza stupefacente al cospetto di un amore senile. La tenerezza e la sensualità che emergono dalle poesie vanno ben al di là dei pregiudizi anagrafici e sorprende l’incanto di un giovane stupore: "la vedo così bella, così giovane/che aspetta innamorata/proprio me, proprio me!"
Il libro, nella seconda parte, procede con divertissement, acuta ironia e momenti di intensità poetica, come in Tuscania, componimento dedicato al maestro Ungaretti. Chiude l’opera del traduttore, con tre sonetti di Shakespeare e una poesia di William Carlos Williams.
 
 
ARIODANTE MARIANNI: UN AMORE SENILE e altre spezie
Poesia – nota di Alfredo Luzi - Book Editore 2008. In copertina: Ario, Monotipo in rosso, 1967
 
da PLURABELLE. NOTIZIE DAL LABORATORIO DI POESIA DI MODENA
aperiodico solo per posta elettronica
numero 17 – estate 2008

mercoledì 20 novembre 2013

Ariodante Marianni al Premio di traduzione poetica "Achille Marazza" 2002

Ariodante Marianni riceve il premio 2002 per la traduzione poetica de La scala a chiocciola di Yeats


" La commissione giudicatrice ha deliberato all'unanimità di assegnare il premio ad Ariodante Marianni per la versione di  La scala a chiocciola e altre poesie di W. B. Yeats, che segna l'esito più alto di un autentico incontro di destino tra un autore e il suo interprete. Tornando a confrontarsi con una poesia affascinante ed impervia che ha messo a prova, nel corso del tempo, traduttori di prima grandezza, Marianni porta a termine vittoriosamente la sua sfida, così come gli era accaduto nel corso delle memorabili versioni da Dylan Thomas, e perviene ancora una volta a un miracoloso equilibrio tra libertà ed esattezza, strenua aderenza ai testi e suprema eleganza formale" (Franco Contorbia. Borgomanero, 16 novembre 2002 )

Mostra di Monotipi "Un grado zero della pittura". Incontro con gli studenti dell'ITIS











sabato 23 marzo 2013

Ario su Oltrepensiero, aprile 2007


S I   E'   S P E N T A   L A   V O CE  
D I   D Y L A N   T H O M A S   E   D I   Y E A T S   I N   I T A L I A
 così la Redazione  di  Oltrepensiero.it intitolava un articolo a ricordo di Ariodante Marianni:


Ariodante Marianni, poeta e pittore romano è morto improvvisamente il 26 marzo scorso a Borgomanero, in provincia di Novara; si era infatti trasferito da qualche tempo nel vicino paese di Borgo Ticino, dove proseguiva con successo la propria attività letteraria ed artistica.
Le sue poesie, oggetto di una tesi di laurea all'Università di Macerata (prof. A. Luzi), sono raccolte in due volumi "Stato d'allerta (1948-1962)", finalista al Premio Viareggio 2002, e "Una strana gioia (1982-2002)".
Marianni, con le sue memorabili traduzioni, è stato l'artefice della fortuna di Dylan Thomas e W. B. Yeats (La torre, La scala a chiocciola, I cigni selvatici a Coole ecc.) in Italia. [...]
  
Per leggere tutto l'articolo, copiare nella barra degli indirizzi il link qui sotto

http://www.oltrepensiero.com/modules.php?name=News&new_topic=8&pagenum=3

giovedì 21 marzo 2013

E' ancora l'incanto della luna

Ario, Notte di primavera, monotipo, 1966

È ancora l’incanto della luna
nelle notti serene, quando sciamano
delicate meteore le lucciole
nei loro sacri sentieri, mendicando
con impulsi allarmati di affrettare
ciò che è loro richiesto,
e i grilli declamano
da luoghi occulti la loro irrefrenabile
fame d’amore,

e tutti gli alberi e le piante
sembrano addormentati nella polvere
luminosa dell’astro, l’asse terrestre
inclinato di quel tanto
che segna il punto giusto

tra la penombra e l’ombra
altri richiami.

(Ariodante Marianni, 2003)

sabato 16 febbraio 2013

Da "Confiteor", poesia scritta dal poeta nel suo trentesimo compleanno

[...]
Con la testa confusa e il cuore gonfio
di trite notizie (che c'è di nuovo
al mondo? - in Corea si combatte,
una regina è succeduta a un re,
i governi proclamano equilibri
di forze e tornano ad armarsi)
questa mattina mi sono aggirato
per le sale del Palazzo dei Cesari, sul Palatino,
tetre come spelonche di cavernicoli,
e ho camminato a lungo pei vialetti
tra marmi rotti, muri dissepolti,
e tutta la superbia umiliata
che ora serve da sfondo alla foto dei turisti,
tra l'alloro e l'acanto e il finocchio selvatico
(era lo Zefiro, quel venticello odoroso?)
lucertole e sterco disseccato,
pensando al tempo distruttore e alle mire dell'uomo,
a mille altre cose più o meno sublimi,
esaltandomi, ironizzandomi,
prendendo appunti per una stolta abitudine
(ed era un fiore quel miracolo giallo?)
[...]

(16 febbraio 1952, trentesimo compleanno del poeta)

La poesia "Confiteor" fu pubblicata in Poesia in piego (Roma, 1979)  e successivamente nel Quaderno del premio AntonioCerruti - Ariodante Marianni (Borgo Ticino 2009)

Ario, geometrie, 1970

lunedì 11 febbraio 2013

Scario

                          
La luna la vedemmo arrampicarsi sul tetto
e galleggiare poi nel cielo scuro
e il mare, sotto, sbriciolarne il lume
in piccoli frammenti rilucenti.

Ci separava un tavolo per due.
Vi danzavano sguardi e desideri,
dividevamo i cibi  per gustare
il sapore di labbra sorridenti.

Ariodante Marianni da Un amore senile e altre spezie, Book 2008

Ario, Paese di mare, piccolo monotipo su carta

venerdì 8 febbraio 2013

"Le poète entend le son du mond muet", Hans Richter per Ariodante Marianni

"Le poète entend le son du monde muet. Le peintre voit les formes et les couleurs de l’invisible. L’invisible du monde silencieux c’est le royaume de Ario Marianni."
Hans Richter, 1967

Ario (Ariodante Marianni), Creature, 1964

"Il poeta sente i suoni del mondo muto. Il pittore vede le forme e i colori dell'invisibile. L'invisibile del mondo silenzioso è il regno di Ariodante Marianni"
Hans Richter, 1967

venerdì 15 giugno 2012

Radici, di Ariodante Marianni

Non ho radici dove sono nato
né dove vivo né da cui provengo,
madri sabine e padri marchigiani
(“marchesi”, mi uscì detto da bambino,
e mi costò un soprannome beffardo)
con qualche probabile zampino
gotico o longobardo.

Vorrei potermi dire cittadino del mondo,
ma in quel lapsus puerile
c'erano già i confini di questa patria certa,
circoscritta, ristretta
in questa lingua che uso (al punto che sospetto
che la mia lingua sia il mio stesso io,
se con lei penso, con lei sogno e scrivo).

Vorrei sentirmi un semplice abitante terrestre,
come il celeste giorno che scovai
fra le alghe verdi e i ciottoli del fondo
la conchiglia più bella del reame
e godendola tutta mi tuffai
privo di vesti e vincoli di verbi,
animale di pure sensazioni,

di salda essenza e mitiche visioni.

Ario, Le città dell'assenza, piccolo monotipo su carta, 1964
Da Una strana gioia, Manni Editori 2003