Visualizzazione post con etichetta Viaggio in incognito. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Viaggio in incognito. Mostra tutti i post

lunedì 16 febbraio 2015

Viaggio in incognito

<Prevalentemente databili agli anni Cinquanta sono, tranne un mannello che risale ai primi anni Sessanta, le poesie che vanno a formare il secondo libro di versi di Marianni, quel Viaggio in incognito uscito nel 1988 sempre presso la Biblioteca Cominiana, e in prefazione al quale Mario Luzi ha scritto: "Ariodante asciuga all'estremo l'istantaneo, l'emozionale della scrittura, non ci sono sbavature di sorta. E tuttavia la fa brillare di una vita seconda che è quella della saggezza, se si può dare questo nome all'acquisto di calma e di maestria nei riguardi del vissuto e delle sue immagini convulse". Appunto. Il saggio, pacato, mite Marianni esprime la propria intima forza in pura coscienza dell'esistere riflessivo. La sua "saggezza" è quella dell'uomo e dell'intellettuale scisso, come inevitabilmente accade nel Moderno, ma che la propria scissione esplora e soppesa, di cui prende atto senza isterismi, dalla quale senza tregua riparte per misurarsi nel suo rapporto col mondo. Trent'anni o poco meno sembrano un tempo standard per la stagionatura dei prodotti di questo poeta che ama uscire allo scoperto come fosse ogni volta postumo a se stesso.>
Mario Lunetta, nella "Prefazione" a Stato d'allerta (Manni, 2002).
 
Da questa edizione (pag. 100) vi offriamo i versi che narrano le prime ore di un mattino di neve a Roma:
 
Durante la notte è nevicato, gli aghi
dei pini della villa sembrano in fiore,
brillano contro luce. Mi godo il paesaggio
dal grande prato del galoppatoio
 
(fra qualche ora l'incanto sparirà,
sull'asfalto le gomme già cancellano
con nere strisce il bianco, un pantano
sostituirà la candida glassa). Giro
 
lo sguardo: solo orme d'uccelli, e le mie
dietro. Su in alto, uno sciatore temerario,
sciarpa e berretto rossi, attraversa
la Porta, imbocca in discesa via Veneto.
 
 

lunedì 18 marzo 2013

Mario Picchi su alcune poesie di Ariodante Marianni

Artista libero e solitario, Ariodante Marianni si è fatto un nome come insostituibile traduttore di poeti come Dylan Thomas, W.B. Yeats, W.C. Williams e Walt Whitman, procrastinando il suo esordio come poeta in proprio nel 1988, quando pubblicò due volumetti di versi degli anni Cinquanta, De l' amour e Viaggio in incognito che per la loro freschezza e immediatezza piacquero assai ai lettori giovani. Con questo, di anni recenti, egli colma d' un tratto il vuoto da quei tempi lontani a oggi:l'abbandono al canto d' amore di ieri si salda con quello al canto d' amicizia di oggi, la voce è la stessa, limpida e forte, il tono soltanto è screziato di amarezze impavidamente considerate e gettate dietro le spalle. Chiuso fra una Poesia per il proprio compleanno e un Brindisi di San Silvestro sta il nucleo della raccolta: sette Lettere oraziane ad amici viventi, e alcuni saluti ad amici defunti, fra i quali spicca per densità e passione il Requiem laico per Vittorio Sereni. Orazianamente, gli argomenti delle Lettere sono personali e universali: sul traviamento delle parole, sulla responsabilità personale, su vita e morte, sull' inquinamento e la fuga in campagna, su Roma sporca e corrotta, sul mondo-mercato: ma di esse e delle altre il tema evidente e profondo è l' amicizia, e i personaggi ne sono soltanto gli amici, fra i quali si includono, insieme a noti poeti come Ungaretti, Sereni, Luzi, anche un ignoto ma importante cacciatore di paese e quello scriba egiziano della XII dinastia il quale lamentò che ogni parola era stata scritta. Ci vuol coraggio, in tempi di poesia chiusa come i nostri, a scrivere così solarmente come fa Marianni: un linguaggio allegramente e ferocemente discorsivo, che usa le parole più gergali e trite dell' oggi componendole in un contesto classicamente armonioso, e intimamente furioso, in versi pieni e tesi come chicchi ben maturi.
Mario Picchi per "la Repubblica" del 26 gennaio 1991

venerdì 15 febbraio 2013

Se in tutto questo disordinato stupore


Se in tutto questo disordinato stupore
l’abbaglio proviene dal pensiero
perché il fine che insegue è “verità”
e troppo precisa pretende la risposta,
quali domande daremo al bambino,
quali incertezze e dubbi e negazioni?
L’acqua e la roccia sembrano accaparrarsi
tutta la dialettica dell’essere: la lotta
riporta allo sgabello, ogni apparente vittoria
ripropone la stessa sequenza:
più, più verità, con quel che segue…

Ed ecco, noi riprendiamo il cammino
in mezzo ai ruderi del labirinto, in cerca
di quel centro che non esiste, lungo vie
da gran tempo abolite, guidando il bimbo
per mano: per quell’amore, per quell’amore
che ci consuma, che già sappiamo inutile
sapienza, o forse solo elusiva bellezza.

(da Viaggio in incognito, Biblioteca Cominiana 1988; poi in Stato d’allerta, Manni 2002)