"Il caso di Ario Marianni è particolare e abbastanza inusitato: l'attività letteraria, saggistica, poetica, critica, anche se di più lunga estensione temporale, si travasa e si compone, per lui, in una sintesi totale per cui, a un certo punto, diventa del tutto naturale che il suo mondo poetico - letterario si esplichi in termini pittorici o che il suo linguaggio normale si definisca in lavoro letterario. [...] Un procedimento organico, rigoroso, che pure non si rifiuta all'abbandono, al canto, si affida, anche, ai valori sensibili più labili e sfuggenti, giuoca sulla resa della materia, raffinata, gustosa, sul significato della pittura riscoperta come mezzo rinnovato, il rigore rimanendo, alla base, come ragione iniziale e insostituibile della dinamica progettuale, per poter essere poi abbandonato, eluso, dimenticato" (Lara Vinca Masini, Presentazione alla mostra ARIO, galleria Il Fiore, Firenze, 13 gennaio 1973; poi in Pagina picta. Il caso l'allegoria e la volontà nella pittura di Ariodante Marianni, Colophon libri 2005, acura di Eleonora Bellini).
Ario, Geometrie del Caso, olio su tela, 1973Questo blog si propone di essere un costante omaggio all'uomo, al poeta, all'artista. Viene riaperto a seguito della chiusura da parte di splinder del precedente blog "storico".
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venerdì 18 febbraio 2022
martedì 11 novembre 2014
PITTURA E POESIA, intervista ad Ariodante Marianni
Fino dall’adolescenza tu hai molto amato e molto letto poesie e
addirittura interi poemi, anche di autori "minori". Hai anche scritto
numerose composizioni poetiche. Poi, ad un certo momento, la poesia, almeno
quella scritta, in te tacque e prese forma e colori la pittura. Come avvenne
questo?
La pittura era stata un po’ il mio sogno da ragazzo, ma dipingere era
costoso e richiedeva tempo e spazio. Dopo la fine della rivista Marsia, nel
1960, e un po’ anche in seguito all'incontro e all'amicizia con Alfredo
Giuliani e i poeti della neo-avanguardia, entrai in crisi con la parola; smisi
di scrivere poesie, mi limitai a tradurne. Ma gli stimoli creativi non per
questo cessarono e il ricorso ai pennelli e ai colori fu conseguente.
Tuttavia i rapporti con la letteratura, e la poesia in primis,
rimasero stretti ed evidenti anche nel periodo della tua attività pittorica…
Sì, certo. La mia prima mostra personale, alla Libreria Einaudi in via
Veneto, fu un “Omaggio a Dylan Thomas” e fu del maggio 1966, l’anno dopo
l’uscita della mia traduzione. Anche la seconda mostra, nel ‘70, mista di
dipinti su tela e monotipi su carta, tenuta sempre a Roma alla Galleria “Il
Segno” di Angelica De Chirico non era esente da suggestioni extra-pittoriche in
senso stretto. Lo dichiarai nell’auto-presentazione che scrissi in quella
occasione e che, per quanto riguarda i monotipi, fu accompagnata da uno scritto
di Hans Richter .
Facciamo un passo indietro. Vuoi raccontarci altro a proposito della tua
primissima iniziazione allo studio della pittura che, mi pare, fu alle origini
altrettanto precoce di quella allo studio letterario, se non di più.
Durante la scuola media, il preside della scuola, che era un pittore, andato
in pensione, scelse i più bravi in disegno e due volte la settimana ci dava nel
pomeriggio lezioni di pittura. Lì imparai l'abc, la grammatica del disegno e
della pittura, come si impastano i colori, come si prepara una tela, e come si
dipinge. Ci faceva copiare dal vero, ci iniziò alla pittura a olio, ci faceva
riprodurre fotografie, cartoline, paesaggi... Poi, nel primo dopoguerra,
frequentai anche un corso di nudo al Circolo Artistico Internazionale di Via
Margutta. Ma i tempi erano cambiati e l’astrattismo imperava imponendo altri
modi. Ricordo che ricominciai usando pennelli cinesi su grandi fogli con
inchiostri di china colorati. L'ultima poesia la scrissi per il mio
quarantesimo compleanno e dopo allora niente più, per vent’anni. La pittura
d’altronde mi dava soddisfazioni, era un vero lavoro, feci altre mostre personali,
partecipai a collettive, ebbi a Livorno un gallerista, Giraldi, che mi
acquistava due quadri al mese. Mi esprimevo con grande libertà; ai monotipi
seguì un periodo di pittura geometrizzante incentrato sull’indagine della
casualità, quindi quello dei “fragmenta labyrinthi”; infine, abbandonate tele e
pennelli, le mie due ultime due personali, a Bologna e a Bari, furono di
immagini fotografiche allegoriche. La letteratura, cacciata dalla porta,
rientrava dalla finestra…
E gli altri artisti, gli altri pittori? Chi ti ha maggiormente
influenzato, in chi ti sei riconosciuto? Chi frequentavi? Ti fa piacere
ricordarcelo?
Gli anni sessanta, come sa chi li ha vissuti, furono a Roma anni di grande
fermento intellettuale e, fra gli artisti, di grande comunicativa e apertura.
Mio amico e per certi aspetti maestro fu Piero Dorazio, ci vedevamo
spessissimo, prima che si trasferisse a Todi, nel suo studio alla Valchetta
Cartoni, o, insieme ad altri, Perilli, Turcato, nella mitica stamperia di Renzo
e Flavia Romero, a due passi da Piazza del Popolo. Ma prima ancora, negli anni
’50, avevo stretti legami con Armando Buratti e il gruppo di “Portonaccio”. Gli
anni passano veloci. Quanto a influssi veri e propri, ma parlerei piuttosto di
suggestioni, credo che fossero i grandi del passato, Klee, in primo luogo, e
Kandinskj, ma in qualche modo anche Mondrian e Malevic a darmene di più.
Tuttavia, anche per il doppio binario con la letteratura e la poesia, il mio fu
un percorso tutto sommato piuttosto autonomo e solitario.
Quanto al tuo nome in pittura: perché Ario, anziché Ariodante Marianni
per intero?
Forse per rimarcare la diversità dal lavoro letterario. Ario è il nome con
cui mi chiamano gli amici. Cominciai a usarlo nella seconda mostra personale
alla galleria “Il segno” di Roma, mostra di transizione perché comprendeva sia
monotipi che tele con composizioni geometrizzanti ricavate col metodo del “coup
de dès”, come spiegavo nell’autopresentazione. Aggiungo che da un “quadro –
madre” così composto ritagliavo zone che diventavano a loro volta composizioni
autonome.
Recentemente, dopo tanti anni di “ritiro” letterario, sono state
riproposti in mostra i tuoi monotipi. Come li hai rivisti? Che significato
hanno assunto ora per te?
E’ alla Fondazione Marazza di Borgomanero e anche a te che devo questa
“riesumazione”, e, in quanto sua artefice, hai potuto davvero toccare con mano
con che entusiasmo io ne abbia seguito le fasi e l’attuazione. E’ stata la
riscoperta di un io fecondo e dimenticato. Con tutto il distacco che dà il
lungo tempo passato, diciamo che mi sono guardato indietro e mi sono
compiaciuto.
PITTURA E POESIA Intervista di Eleonora Bellini ad Ariodante Marianni da Pagina Picta, 2005
domenica 13 maggio 2012
Ario. Astrattismo romano degli anni Sessanta
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| Ario, Incontri , piccolo monotipo su carta, 1966 |
Nel 1957 Marianni fonda con Enzo Mazza, Luigi De Nardis, Alessandro Dommarco e Manlio Barberito, la rivista Marsia, alla quale collaborarono intellettuali acuti ed indimenticabili quali Bertolucci, Calvino, Giudici, Frassineti, Giuliani, Sereni, Sinisgalli, Solmi, Zanzotto. La rivista, che uscirà fino al 1960 a Roma, per Ariodante è il luogo in cui porre la rifondazione del proprio personale sapere, ma gli anni di quell'esperienza coincidono anche con l'inizio di un periodo di "crisi della parola". Marianni dunque smette di scrivere, e lo fa per vent'anni, continuando tuttavia ad occuparsi di poesia, particolarmente di poesia anglosassone, traducendo autori come Dylan Thomas, Walt Whitman e altri. Questo è tuttavia un periodo di lavoro intenso e fecondo: dal ’62 al ’75 si occupa attivamente di pittura, assumendo il nome di Ario. Incanala, in questo mezzo artistico, di cui peraltro conosce già le basi, tutto il suo potenziale non espresso verbalmente (ma continua a scrivere, nascostamente, versi e poesie, che terrà solo per sé fino agli anni Ottanta). Attraversa più fasi nella sua pittura e partecipa a mostre personali e collettive in tutta la penisola. E' considerato uno degli esponenti di punta dell'astrattismo romano degli anni Sessanta. Il suo nome si lega naturalmente a quelli di Giulio Turcato, Achille Perilli, Piero Dorazio e di altri artisti famosi che operavano in quegli anni nella capitale.La sua attività pittorica è documentata dall'antologia critica Pagina Picta.Il caso, l'allegoria e la volontà nella pittura di Ariodante Marianni (Comignago 2005, cur. E. Bellini).
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