giovedì 15 giugno 2017

Recensione a tre poesie di Marianni, di Raffaele Piazza

Rivista “Fermenti” 245
Considerazione su poesie uscite sul n. 245 (2017) di “Fermenti”

L’esperienza” di Ariodante Marianni, nato a Napoli, già segretario di Giuseppe Ungaretti, è costituita da tre poesie elegantemente risolte, che fanno parte di liriche inedite, composte probabilmente ai primi anni del duemila.
Tema centrale nei suddetti componimenti è quello del dolore che può essere superato attraverso la ricerca della felicità, tentativo raggiungibile, che non rimane una chimera. Secondo Marianni, che era ossessionato dal tema del labirinto nel suo poiein, la felicità ci è dovuta e può accadere.
Nella prima poesia, la più estesa, mentre il poeta pensa di stringere in pugno i bisogni dell’anima, s’imbatte in un giornale nel quale legge notizie di rapine, uccisioni, violenze, corruzioni e molti annunci economici.
La triste quotidianità degli articoli di cronaca, letti sul giornale stesso, ha per antidoto la pienezza della mente attraverso la poesia, il vivere poeticamente ogni momento come diceva Borges.
Nel vocio di alcune donne il poeta capta l’augurio per se stesso che una parte almeno del cammino che l’attende sia di calma, di fortezza e amore.
La terza poesia è contrassegnata da evocazioni suggestive di Roma e della sua storia attraverso l’immagine di un carretto evocatore di fascino, guidato da un cocchiere, che corre colmo, traboccante di carbone sui sampietrini.
Le composizioni, senza titolo, presentano il numero dal quale sono contrassegnate. Nella maniera affabulante e narrativa di Ariodante ritroviamo chiarezza insieme alla luminosità del dettato. 
Raffaele Piazza

mercoledì 10 maggio 2017

LA POESIA E LA VITA. Ariodante Marianni dieci anni dopo


LA POESIA E LA VITA. Ariodante Marianni dieci anni dopo

E' in uscita per i tipi della casa edtrice romana FERMENTI (http://www.fermenti-editrice.it) un denso volume di inediti e contributi critici di e su Ariodante Marianni, a cura di Eleonora Bellini. Il libro contiene inoltre versi, saggi e testimonianze di amici del poeta: Antonio Barbuto, Lisa Bernardi, Michelangelo Di Cerbo, Alfredo Luzi, Giulio Martinoli, Paride Mercurio, Manrico Murzi, Martina Sabbatini, Massimo Scrignòli. 

giovedì 16 febbraio 2017

Un Valentino per Velcha


Quanti volti di donna
furono presi a simbolo
del tuo volto, Poesia?
Misteriosa e restia,
sfuggente a ogni controllo, ti cerchiamo;
né solo noi, scacciati dal Giardino
e condannati a inventarti,
ma chiunque abbia attimi di sogno
nel quotidiano perdigiorno.

Oggi Febbraio memora gl'innamorati
disseminati nei secoli, e io,
fabbricante d'amore a più non posso,
intesto a te questa fattura inesigibile,
Velcha, fanciulla antica
che appari di profilo...

(Ariodante Marianni, inedita poi in L'immaginazione, 238/2008)

Velia Velcha, Tomba dell'Orco I, Tarquinia

venerdì 30 dicembre 2016

"Il cardo chi ha temuto": un saggio augurio in versi

Il cardo chi ha temuto
per diventare spinoso,

mentre si è fatto un fiore
come una bolla di sapone
l'allegro tarassaco?

Come evolve l'uomo sotto
la spinta delle idee?

Non bisogna stancarsi
di predicare la gentilezza.

La poesia, tra le numerose inedite di Ariodante Marianni, fu pubblicata postuma sulla rivista CAPOVERSO nel secondo semestre 2012.

Ario, monotipo su carta, 1966 circa.

sabato 11 giugno 2016

Sinapsi della mente, tre poesie

Sul numero 244 della rivista FERMENTI, pubblicata a Roma dall'omonima casa editrice e diretta da Velio Carratoni, possiamo leggere tre poesie inedite di Ariodante Marianni. 
Essenziali e profonde, icastiche e filosofiche, queste liriche muovono da interrogativi esistenziali assoluti a cui non offrono risposte se non quelle connaturate al pensiero del poeta: incessante meditare, discreta ironia, immortalità dell'amore.  

domenica 17 aprile 2016

La responsabilità personale

"La responsabilità personale" è una delle nove Lettere oraziane di Ariodante Marianni, poesie o meglio poemetti civili di raro acume e di profondo pensiero. E' indirizzata a Nelo Risi, per molti anni amico del poeta e "narra" di una discussione pre-elettorale" e della volontà del poeta di compiere, pur con amara consapevolezza, tutto il proprio dovere di cittadino.
 
Nelo, ci chiamano ai comizi un'altra
volta; i necrofori approntano le urne
e già nell'aria è il tanfo dei cadaveri
delle nostre speranze...
                                     Si chiacchierava
di bassa politica: scippi, baratterie,
lottizzazioni, mafie all'interno dei partiti,
e gli altri marchingegni del mestiere
di chi governa, in questo scorcio di millennio,
le nostre sorti e la rabbia impotente,
quando uno (il tipico paracattolico apostata
che ben conosci) all'improvviso,
arcigno e accusatorio ci imbavaglia:
"inutile discutere: siamo colpevoli tutti!".
Gli altri annuivano convinti. Ma io sentivo,
dallo stanzino buio, un ragazzino protestare;
batteva i piedi e strillava: "non è vero!
io non sono stato!" e da sotto la porta
faceva scivolare un foglietto con scritto:
uno, barra, quarantatremilioni.
 
- Specula? froda il fisco? intasca
tangenti? Dice: "lo fanno tutti".
Ti soffia il posto? ti sorpassa da destra?
Calmo, ti spiega: "la vita è una jungla!".
Traffica armi? Le risposta è pronta;
ed è un altro bavaglio, anche più stretto.
Così, tra chi fa mostra di percuotersi il petto
e chi sceglie per legge il malcostume,
il terzo gode (si fa per dire) e assume
a Padre e Capro l'impalpabile ente,
onnipossente per definizione,
che un tempo usavano chiamare l'Essere,
e adesso ha il nome del suo laico vago
participio passato. Già, lo stato;
anzi: lo Stato (la maiuscola è d'obbligo) -
"Ma è la solita solfa!, fece un altro,
"la questione morale! Via, ragazzi:
lo sappiamo ormai tutti:
in politica è solo un deterrente
per ricattare!". Si scatenò la bagarre,
ciascuno voleva dire la sua:
parlavano urlando, tutti insieme,
tra una boccata e l'altra di sigaretta,
agitando i bicchieri come se fossero bombe
(mi venne in mente Leopardi, i suoi Caffè
napoletani). Qualcuno, intanto, per distrarci
aveva acceso la radio. Una voce nasale,
professorale, un dotto neuro-filosofo,
parlava delle utopie: "dai desideri nasce
la speranza, diceva, e questa genera la fede.
Si desidera il meglio e lo si crede possibile.
Ma tutto avviene in un solo emisfero,
l'altro è estraneo al processo.
La Storia cammina come può:
a due, a tre, a quattro zampe, secondo
le stagioni, come insegnava la Sfinge..."
fu un momento di stanca. Una ragazza
azzardò a mezza voce: "a me il problema
sembra più vasto e generale: riguarda
il senso civico, la responsabilità personale".
Le rispose uno scoppio d'allegria:
l'inattesa catarsi. In quattro o cinque,
le fecero circolo, cantando:
 
Tapina ancora non sai
che la morale borghese
scagiona l'individuo
per non turbare il paese?
 
Tagliai la corda. mentre varcavo la porta,
girai la testa: uno ancora rideva,
uno, mezzo assonnato, sbadigliava.
Dallo stanzino buio, il ragazzino
tempestava di pugni l'uscio chiuso:
"maledetti!", strillava, "vi odio tutti,
qui si soffoca, lasciatemi uscire!"
 
Fra tre giorni si vota. Voterò "contro",
come sempre, deglutendo sorsi di rabbia
impotente. Andrò al seggio serio e compunto,
prenderò il mio foglietto; traccerò il segno
senza esitare: la mia quarantatré-
milionesima parte di volontà popolare.
 
Roma, 11 giugno 1987
 
 
 
 
 

sabato 26 marzo 2016

Il messaggio vibrava già nel sonno


Ariodante Marianni coltivò la poesia, con riserbo e acribia estremi, fino alla soglia del nulla. L'aveva scoperta alla scuola elementare, grazie a un maestro attento, e l'aveva divorata come lettore durante tutta l'adolescenza e la prima giovinezza, leggendo i classici italiani, poesia epica compresa, anche quella di autori ai nostri giorni quasi dimenticati, come il Tassoni. E l'Ariosto gli fu caro per tutta la vita, così come il Belli, che spesso recitava a memoria. Convisse per molti anni con i poeti anglosassoni, che amò e tradusse in modo esemplare: William Carlos Williams, Dylan Thomas, Walt Withman, William Butler Yeats.
 
Marianni sul set di "Il giovane dottor Freud" con C. Gravina
Esercizio coi pennelli cinesi, 1962
 
Scrisse molte poesie, pubblicandole però solo nell'ultimo quarto della sua vita, spesa in molteplici attività, sempre con acuta saggezza e disincantata gioia.
Lo ricordiamo qui, nel nono anniversario dalla morte, con alcuni versi tratti dal libro Un amore senile e altre spezie:
 
Il messaggio vibrava già nel sonno,
nelle veglie del sonno, dal suo faro
sulle acque scure in attesa dell'alba,
 
poi l'alba è apparsa disegnando il borgo,
festiva, gaia, scampanando
su vigne ed uliveti a braccia aperte,
 
trepidante vigilia di un incontro.
 
(A. Marianni, Un amore senile e altre spezie, Book 2008, p. 44)
 

martedì 16 febbraio 2016

"Rispetto del verso e della strofa"


"Nel mio approccio al tradurre, mi sono dovuto liberare anzitutto di alcuni preconcetti, il primo dei quali è la consunta tesi della intraducibilità della poesia, la quale deriva dal mito della traduzione perfetta; cioè dall'idea utopistica che si possa riprodurre in altra lingua, come per clonazione, il testo originale. Volenti o nolenti ne siamo tutti in qualche modo contagiati e condizionati. Scriveva Dante:

E però sappia ciascuno che nulla cosa per legame musaico armonizzata si può de la sua loquela in altra trasmutare sanza rompere tutta la dolcezza e armonia.

Credo che il punto sia proprio qui: l'affermazione dantesca (come altre analoghe, di autori anche recenti) contiene una verità talmente evidente che avrebbe dovuto far desistere da tante discussioni e tanti inutili tentativi e frustrazioni. E poiché il testo tradotto, per quanti sforzi si facciano, risulterà sempre e comunque un testo autre, ne consegue il legittimo sospetto che la vexata quaestio del tradurre, così ricca di "se" e di "distinguo", sia anche infarcita di molti falsi problemi che nascono e si riproducono in un puro ambito speculativo: i veri problemi essendo quelli che si presentano "sul campo", brano per brano, parola per parola, nel faticoso lavoro di scavo, selezione, e politura del materiale.

Ma nell'intraprendere una traduzione poetica si presentano anche tentazioni che spesso è difficile soffocare. La più perniciosa è quella che induce a mettersi in competizione con l'autore anziché al servizio suo e del lettore. Altra tentazione, assai forte, subdola e ardua da allontanare, nasce dal desiderio di riprodurre la musica dell'originale, cioè i metri e i ritmi, quando non addirittura le rime. Un'altra ancora, che riguarda in special modo le traduzioni di autori del passato, è rappresentata dall'ambizione di riprodurre l'aura storica dell'originale. Rammento una frase di Giuseppe Pontiggia, in un suo articolo sul Corriere della sera (19 novembre 1989), che varrebbe la pena di meditare: "I classici italiani - egli afferma - sono più popolari all'estero perché vengono tradotti e quindi resi accessibili in una lingua moderna. Quello che il Boccaccio perde in espressività lo acquista in leggibilità".

Mi sono avventurato in questa lunga premessa al solo scopo d'indicare quali siano i presupposti a cui mi affido nell'accingermi al lavoro di traduzione. L'interpretazione del testo è naturalmente il nodo centrale e investe problemi di critica esegetica, preliminari a ogni trasferimento dall'una all'altra lingua. Le maggiori o minori difficoltà che possono incontrarsi variano, come è intuibile, da autore ad autore e da poesia a poesia e sono del genere più vario. Il ricettario da me usato è dei più semplici, e dubito fortemente che valga la pena di insistervi troppo: letture e riletture del testo; versione pedissequa, parola per parola, con annotazione di tutti i possibili significati e sinonimi; e infine paziente elaborazione del materiale ricavato come se si trattasse di materiale mio proprio, cercando le mot juste senza aggiungere né togliere nulla ed evitando le parafrasi, salvo in casi di assoluta necessità. Uniche regole a cui mi sottopongo sono il rispetto del verso e della strofa quali elementi strutturali del componimento, in cui si cala il "pensiero" dell'autore, e di fornire alla traduzione un andamento ritmico tale da dare al lettore la sensazione immediata che ciò che sta leggendo è un testo di poesia.

So per amara esperienza che la resa finale, salvo rari e direi fortunati casi, non ripaga mai interamente tutto il lavoro impiegato, e che una cosa è tradurre una singola lirica, altra cosa tradurre un poema o un intero libro di versi. Osservo infine che la scelta determinante è forse quella compiuta a priori nell'atto in cui si decide liberamente di tradurre quel tale autore o quel tale testo, perché lascia presupporre consuetudini a lungo protratte, affinità elettive studiosamente coltivate o, per converso, fulmineo innamoramento e desiderio d'appropriazione dell'oggetto amato, portatore talvolta di mondi alieni dal nostro che tuttavia oscuramente ci attraggono. Anche se ciò non è sufficiente a garantire la bontà del risultato, ne è forse una delle condizioni necessarie. Che per tradurre poesia occorra un poeta è un luogo comune che non si discute; così come per tradurre narrativa occorre un narratore e per tradurre i testi d'una qualsiasi scienza necessitano esperti della materia trattata: una buona traduzione non è solo questione di lingue a confronto è anche, e soprattutto, questione di linguaggi."
 
Stralcio dalla Prolusione di Ariodante Marianni al PREMIO MONSELICE 2006

mercoledì 25 novembre 2015

Filosofia dell'urgenza

Quanti romanzi prendono le mosse da un manoscritto ritrovato, da un epistolario sepolto e fortunosamente riapparso, da una pergamena o da un documento che si credeva smarrito? Molti, dai più fortunati, famosi ed esemplari, fino ai più reconditi. E non vale la pena nemmeno di ricordarne i titoli, perché sono noti o notissimi ai più.  Filosofia dell'urgenza (Aletti 2015) di Andrea Bertolaso non è tra questi, ma è opera di originalità assoluta perché prende le mosse, per poi seguire la sua propria e specifica strada, da un'altra opera letteraria: Un amore senile e altre spezie di Ariodante Marianni. Ma come è stato possibile questo, visto che le opere di poesia hanno distribuzione limitata e circoscritta spesso al solo ambito regionale o degli addetti ai lavori? Per una coincidenza molto speciale, una crepa nei labirinti del caso o un battito d'ali della provvidenza o altro, chissà.
Bertolaso nel 2010 vince il Premio Ariodante Marianni per la poesia con una sua coinvolgente lirica. Il premio consiste nel dono di libri e tra questi, in genere classici di poesia e narrativa oltre alle principali traduzioni di poeti anglosassoni di Marianni, c'è anche Un amore senile e altre spezie.
Inizia così per Bertolaso un itinerario di lettura che diviene sempre più profondo ed empatico, inducendolo a scrivere, nel suo romanzo - articolato su tre piani narrativi che si compenetrano con ritmo serrato così come il titolo esige - anche la storia di quell'amore senile così come lo ha conosciuto e, in parte, immaginato attraverso la lettura delle poesie. Naturalmente l'autore, quando scende nel dettaglio dei dialoghi o degli avvenimenti di vita quotidiana o dell'intimità degli amanti, inserisce sue personali immagini, descrizioni e deduzioni, e tuttavia lo svolgimento della vicenda si mantiene fedele nell'essenza al dettato della silloge poetica e del vissuto dell'uomo che la scrisse. Così Alberto, il protagonista della storia narrata in Filosofia dell'urgenza (mai titolo fu più indovinato!) manifesta il suo stato d'animo dopo la prima lettura delle poesie: "... la gioia solo apparentemente infantile che coglieva in quei versi, gli dava un fortissimo senso di speranza, anche se non capiva esattamente quale ne fosse il motivo. Inoltre gli sembrava di comprendere quei versi con una partecipazione attiva che lo aveva letteralmente stordito. Non si stupì più di tanto quando si mise a conversare, oddio, conversare, a monologare, con il defunto poeta, come se questi lo poetesse sentire. E durante quel dialogo Alberto pensò seriamente che il poeta, lo stesse ascoltando..." (p. 11).
Ma attenzione: non vi è nulla di esoterico nel romanzo che narra bene e in profondità il quotidiano dei diversi protagonisti (vi si indovina la lezione di alcuni giallisti scandinavi contemporanei, con la loro narrazione della quiete e banalità del quotidiano di contro alla tragicità o all'eccezionalità di alcuni eventi). Vi è, invece, netta e ben definita la capacità di lettura attenta e non superficiale e, sicuramente, anche la manifestazione dell'incontro di personalità ugualmente e diversamente speciali, vissute su versanti diversi del tempo che ad ognuno di noi è concesso.
 © Eleonora Bellini
 

martedì 17 novembre 2015

Non andartene docile in quella buona notte, di Dylan Thomas


Non andartene docile in quella buona notte,
vecchiaia dovrebbe ardere e infierire
quando cade il giorno;
infuria, infuria contro il morire della luce.

Benchè i saggi infine conoscano che il buio è giusto,
poichè dalle parole loro non diramò alcun conforto,
non se ne vanno docili in quella buona notte.

I buoni che in preda all'ultima onda
splendide proclamarono le loro fioche imprese,
avrebbero potuto danzare in una verde baia,
e infuriano, infuriano contro il morire della luce.

I selvaggi, che il sole a volo presero e cantarono,
tardi apprendono come lo afflissero nella sua via,
non se ne vanno docili in quella buona notte.

Gli austeri, vicini a morte, con cieca vista scorgono
che i ciechi occhi quali meteore potrebbero brillare
ed esser gai; e infuriano
infuriano contro il morire della luce.

E te, padre mio, là sulla triste altura io prego,
maledicimi, feriscimi con le tue fiere lacrime,
non andartene docile in quella buona notte.
Infuria, infuria contro il morire della luce.

(traduzione di Ariodante Marianni)