martedì 11 agosto 2015

Paesaggio con la caduta di Icaro di William Carlos Williams nella traduzione di Ariodante Marianni

Secondo Brueghel
quando Icaro cadde
era primavera

un contadino stava arando
il suo campo
la fastosa parata

dell'anno era
in atto tintinnando
presso

la riva del mare
attenta solo
a sé stessa

sudando sotto il sole
che scioglieva
la cera delle ali

al largo della costa
uno spruzzo
insignificante

affatto
inosservato era
Icaro che annegava.

Grande pittura e grande poesia, efficace e rapita traduzione: come rendere meglio l'indifferenza degli uomini e della natura dinanzi alla tragedia? Tragedia di Icaro come specchio ed emblema delle tragedie di ogni giorno e della storia: ciascuno è intento alle proprie quotidiane occupazioni e nessuno bada alle gambe del ragazzo Icaro, che annega e si perde nel mare: "uno spruzzo insignificante". Lungo più di cinque secoli di storia arte e poesia, immutabili ed eterne, ci accompagnano.


martedì 17 marzo 2015

UNA STRANA GIOIA, rileggendo poesie di Ariodante Marianni

Nell’aprile 2002 Ariodante Marianni pubblicò Stato d’allerta, silloge che comprendeva, e riproponeva ai lettori, testi scritti tra il 1948 ed il 1962. Si trattava dei suoi due primi libri di versi De l’amour e Viaggio in incognito (Cittadella, Biblioteca Cominiana, 1987 e 1988 rispettivamente) insieme ad un gruppo di altre liriche dello stesso periodo, inedite o pubblicate in riviste. Marianni è noto per la sua importante e magistrale attività di traduttore: Dylan Thomas, William Butler Yeats, William Carlos Williams, Walt Withman sono solo alcuni degli autori da lui resi in italiano con grande eleganza formale e profonda sensibilità poetica.
Ora, ad un anno esatto di distanza da Stato d’allerta esce Una strana gioia, oltre cento pagine per poesie degli ultimi venti anni, alcune delle quali (Brindisi di san Silvestro) già editi all’inizio degli anni Novanta sempre per la Biblioteca Cominiana e ora riproposti arricchiti di qualche lirica in più.
Scrive Mario Luzi nella quarta di copertina del libro: "Ariodante asciuga all’estremo l’istantaneo, l’emozionale della scrittura: non ci sono sbavature di sorta: e tuttavia la fa brillare di una vita seconda che è quella della saggezza, se si può dare questo nome all’acquisto di calma e di maestria nei riguardi del vissuto e delle sue immagini convulse".
La raccolta propone al lettore tre sezioni. La prima ha lo stesso titolo del libro e della poesia d’apertura:



Strana gioia di vivere
la chiamò Sandro Penna,

un frizzante vinello
un diavoletto in corpo.

Ti svegli e vai alla finestra,
respiri largo, ti stiri,

senza volerlo sorridi:
cerchi un motivo ma non c’è,

niente è diverso da ieri,
nessun prodigio è in corso.

Forse è un compenso

o un premio perché vivi.

Segue un numeroso gruppo di poesie per lo più brevi, pubblicate qui per la prima volta. I temi sono diversi e spaziano dall’amore a momenti di vita quotidiana, alle immagini del sogno o dell’insonnia, agli interrogativi esistenziali ed etici. La misura, e spesso l’ironia del linguaggio, contraddistinguono e levigano all’estremo queste liriche rendendone palpabili l’essenzialità e la purezza.
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Ario (Ariodante Marianni), geometrie senza titolo, 1974
 

lunedì 16 febbraio 2015

Viaggio in incognito

<Prevalentemente databili agli anni Cinquanta sono, tranne un mannello che risale ai primi anni Sessanta, le poesie che vanno a formare il secondo libro di versi di Marianni, quel Viaggio in incognito uscito nel 1988 sempre presso la Biblioteca Cominiana, e in prefazione al quale Mario Luzi ha scritto: "Ariodante asciuga all'estremo l'istantaneo, l'emozionale della scrittura, non ci sono sbavature di sorta. E tuttavia la fa brillare di una vita seconda che è quella della saggezza, se si può dare questo nome all'acquisto di calma e di maestria nei riguardi del vissuto e delle sue immagini convulse". Appunto. Il saggio, pacato, mite Marianni esprime la propria intima forza in pura coscienza dell'esistere riflessivo. La sua "saggezza" è quella dell'uomo e dell'intellettuale scisso, come inevitabilmente accade nel Moderno, ma che la propria scissione esplora e soppesa, di cui prende atto senza isterismi, dalla quale senza tregua riparte per misurarsi nel suo rapporto col mondo. Trent'anni o poco meno sembrano un tempo standard per la stagionatura dei prodotti di questo poeta che ama uscire allo scoperto come fosse ogni volta postumo a se stesso.>
Mario Lunetta, nella "Prefazione" a Stato d'allerta (Manni, 2002).
 
Da questa edizione (pag. 100) vi offriamo i versi che narrano le prime ore di un mattino di neve a Roma:
 
Durante la notte è nevicato, gli aghi
dei pini della villa sembrano in fiore,
brillano contro luce. Mi godo il paesaggio
dal grande prato del galoppatoio
 
(fra qualche ora l'incanto sparirà,
sull'asfalto le gomme già cancellano
con nere strisce il bianco, un pantano
sostituirà la candida glassa). Giro
 
lo sguardo: solo orme d'uccelli, e le mie
dietro. Su in alto, uno sciatore temerario,
sciarpa e berretto rossi, attraversa
la Porta, imbocca in discesa via Veneto.
 
 

martedì 3 febbraio 2015

Il treno si ferma a una stazione di transito

Il treno si ferma a una stazione di transito,
sull'altro binario sostano carri bestame.
Una bianca giovenca tra le sbarre
guarda verso di noi con grandi occhi
di ragazza in amore. Mi sporgo
e agito il giornale: solleva il muso,
strofina contro uno spigolo le tenere corna.

Penso alla candida Io, alla sua pazza corsa
dallo Ionio al Danubio, dal Gange all'Egitto;
penso a suo figlio Epafo, al sacro bue Api.

Il convoglio si muove al suo destino;
da un carro all'altro risuonano, come lunghi
muggiti, i segnali del corno a Roncisvalle.

(Ariodante Marianni, da "poesie cinesi" in Stato d'allerta, 2002)


venerdì 26 dicembre 2014

Brindisi di San Silvestro, di Ariodante Marianni

Stacco l’ultimo foglio del vecchio anno
e a mezzanotte, come gli altri, stappo
la mia bottiglia; ma non lo scaccio
con botti o lancio di cocci
né per speciali favori lo ringrazio:
io brindo a lui che m’ha lasciato indenne.
M’ha lasciato le braccia,
le gambe e i piedi e tutte e due le mani
e, col torso, la testa,
gli occhi, il naso e le orecchie;
e, se completo l’inventario, attesto
che, compatibilmente
con i dati anagrafici e lo specchio,
tutto funziona passabilmente.

Quanto all’anno venturo, fisso il nuovo
lunario, e mi attengo a quel detto
di Charlie Chan (era in un vecchio film):
"non pensare al futuro, arriva presto". 

da  Stato d'allerta (Manni Editore, 2002)


martedì 11 novembre 2014

PITTURA E POESIA, intervista ad Ariodante Marianni


Fino dall’adolescenza tu hai molto amato e molto letto poesie e addirittura interi poemi, anche di autori "minori". Hai anche scritto numerose composizioni poetiche. Poi, ad un certo momento, la poesia, almeno quella scritta, in te tacque e prese forma e colori la pittura. Come avvenne questo?  
La pittura era stata un po’ il mio sogno da ragazzo, ma dipingere era costoso e richiedeva tempo e spazio. Dopo la fine della rivista Marsia, nel 1960, e un po’ anche in seguito all'incontro e all'amicizia con Alfredo Giuliani e i poeti della neo-avanguardia, entrai in crisi con la parola; smisi di scrivere poesie, mi limitai a tradurne. Ma gli stimoli creativi non per questo cessarono e il ricorso ai pennelli e ai colori fu conseguente.

Tuttavia i rapporti con la letteratura, e la poesia in primis, rimasero stretti ed evidenti anche nel periodo della tua attività pittorica…
Sì, certo. La mia prima mostra personale, alla Libreria Einaudi in via Veneto, fu un “Omaggio a Dylan Thomas” e fu del maggio 1966, l’anno dopo l’uscita della mia traduzione. Anche la seconda mostra, nel ‘70, mista di dipinti su tela e monotipi su carta, tenuta sempre a Roma alla Galleria “Il Segno” di Angelica De Chirico non era esente da suggestioni extra-pittoriche in senso stretto. Lo dichiarai nell’auto-presentazione che scrissi in quella occasione e che, per quanto riguarda i monotipi, fu accompagnata da uno scritto di Hans Richter . 

Facciamo un passo indietro. Vuoi raccontarci altro a proposito della tua primissima iniziazione allo studio della pittura che, mi pare, fu alle origini altrettanto precoce di quella allo studio letterario, se non di più.
Durante la scuola media, il preside della scuola, che era un pittore, andato in pensione, scelse i più bravi in disegno e due volte la settimana ci dava nel pomeriggio lezioni di pittura. Lì imparai l'abc, la grammatica del disegno e della pittura, come si impastano i colori, come si prepara una tela, e come si dipinge. Ci faceva copiare dal vero, ci iniziò alla pittura a olio, ci faceva riprodurre fotografie, cartoline, paesaggi... Poi, nel primo dopoguerra, frequentai anche un corso di nudo al Circolo Artistico Internazionale di Via Margutta. Ma i tempi erano cambiati e l’astrattismo imperava imponendo altri modi. Ricordo che ricominciai usando pennelli cinesi su grandi fogli con inchiostri di china colorati. L'ultima poesia la scrissi per il mio quarantesimo compleanno e dopo allora niente più, per vent’anni. La pittura d’altronde mi dava soddisfazioni, era un vero lavoro, feci altre mostre personali, partecipai a collettive, ebbi a Livorno un gallerista, Giraldi, che mi acquistava due quadri al mese. Mi esprimevo con grande libertà; ai monotipi seguì un periodo di pittura geometrizzante incentrato sull’indagine della casualità, quindi quello dei “fragmenta labyrinthi”; infine, abbandonate tele e pennelli, le mie due ultime due personali, a Bologna e a Bari, furono di immagini fotografiche allegoriche. La letteratura, cacciata dalla porta, rientrava dalla finestra… 


E gli altri artisti, gli altri pittori? Chi ti ha maggiormente influenzato, in chi ti sei riconosciuto? Chi frequentavi? Ti fa piacere ricordarcelo?
Gli anni sessanta, come sa chi li ha vissuti, furono a Roma anni di grande fermento intellettuale e, fra gli artisti, di grande comunicativa e apertura. Mio amico e per certi aspetti maestro fu Piero Dorazio, ci vedevamo spessissimo, prima che si trasferisse a Todi, nel suo studio alla Valchetta Cartoni, o, insieme ad altri, Perilli, Turcato, nella mitica stamperia di Renzo e Flavia Romero, a due passi da Piazza del Popolo. Ma prima ancora, negli anni ’50, avevo stretti legami con Armando Buratti e il gruppo di “Portonaccio”. Gli anni passano veloci. Quanto a influssi veri e propri, ma parlerei piuttosto di suggestioni, credo che fossero i grandi del passato, Klee, in primo luogo, e Kandinskj, ma in qualche modo anche Mondrian e Malevic a darmene di più. Tuttavia, anche per il doppio binario con la letteratura e la poesia, il mio fu un percorso tutto sommato piuttosto autonomo e solitario. 

Quanto al tuo nome in pittura: perché Ario, anziché Ariodante Marianni per intero?
Forse per rimarcare la diversità dal lavoro letterario. Ario è il nome con cui mi chiamano gli amici. Cominciai a usarlo nella seconda mostra personale alla galleria “Il segno” di Roma, mostra di transizione perché comprendeva sia monotipi che tele con composizioni geometrizzanti ricavate col metodo del “coup de dès”, come spiegavo nell’autopresentazione. Aggiungo che da un “quadro – madre” così composto ritagliavo zone che diventavano a loro volta composizioni autonome. 

Recentemente, dopo tanti anni di “ritiro” letterario, sono state riproposti in mostra i tuoi monotipi. Come li hai rivisti? Che significato hanno assunto ora per te?
E’ alla Fondazione Marazza di Borgomanero e anche a te che devo questa “riesumazione”, e, in quanto sua artefice, hai potuto davvero toccare con mano con che entusiasmo io ne abbia seguito le fasi e l’attuazione. E’ stata la riscoperta di un io fecondo e dimenticato. Con tutto il distacco che dà il lungo tempo passato, diciamo che mi sono guardato indietro e mi sono compiaciuto. 

PITTURA E POESIA Intervista di Eleonora Bellini ad Ariodante Marianni da Pagina Picta, 2005

martedì 7 ottobre 2014

Due poesie da "Un amore senile e altre spezie"

La poesia d’apertura del libro

TURPE SENILIS AMOR
(Ov., Amores, I, IX, 4)
No, Ovidio, erravi
(non ne avevi esperienza)
quando si è amati è senza
aggettivi ed età:
si dice amore,
semplicemente, unicamente amore.


e quella che ne chiude la prima parte

SE QUALCOSA DEI MIEI VERSI
Se qualcosa dei miei versi
sopravvivrà nel tempo,
sorprenderà il lettore
l’allegra furia giovanile
di quest’amore così nudo e crudo.
(Danzava, Socrate, nella sua prigione,
aspettando la coppa di cicuta).

Ariodante Marianni, Un amore senile e altre spezie, Book 2008


alcuni commenti

Queste ultime poesie d’amore di Ariodante trasudano tenerezza e luce. Un libro di attese e di partenze,ma soprattutto di ritorni nel nome dell’amore.Il grande amore che non muore in mezzo alle cose che muoiono.Leggetelo vi farà venire brividi di passione eterna. (Nicola Vacca)

Ecco, mi ha sorpresa piacevolmente, molto piacevolmente questa lettura mattutina delle poesie di Ariodante Marianni che ho conoscevo solo di fama. Le rileggerò perché sono cariche di voglia di vivere e limpide nonostante l’età, come erano gli amori adolescenti di una volta.(Sandra Palombo)

Nel rumore di questi treni che vanno e vengono, assaporo ogni volta tutta la bellezza di un animo nobile e gentile. Il fascino della trepidazione e della tenerezza che vive e cresce nelle attese, nei ritorni, nelle partenze. (Maria Pina Ciancio)

martedì 12 agosto 2014

Fra le vittime dell'incursione all'alba si trovava un uomo di cent'anni, di Dylan Thomas (trad. di Ariodante Marianni)

When the morning was waking over the war 
He put on his clothes and stepped out and he died, 
The locks yawned loose and a blast blew them wide, 
He dropped where he loved on the burst pavement stone 
And the funeral grains of the slaughtered floor. 
Tell his street on its back he stopped a sun 
And the craters of his eyes grew springshots and fire 
When all the keys shot from the locks, and rang. 
Dig no more for the chains of his grey-haired heart. 
The heavenly ambulance drawn by a wound 
Assembling waits for the spade's ring on the cage. 
O keep his bones away from the common cart, 
The morning is flying on the wings of his age 
And a hundred storks perch on the sun's right hand. 


Mentre il mattino si svegliava sopra la guerra, 
Indossò i suoi vestiti, varcò la soglia e morì; 
Le serrature allentate saltarono a uno scoppio: 
Cadde lì dove amò, sul marciapiede esploso, 
Nella funebre polvere del suolo massacrato. 
Dite alla strada capovolta che egli arrestò un sole 
E eruttò fiamme e virgulti dai crateri degli occhi 
Quando tutte le chiavi caddero dalle toppe e tintinnarono. 
Non scavate più per le catene del suo cuore canuto. 
L'ambulanza del cielo tratta da una ferita 
Aspetta, radunando, il suono della vanga sulla gabbia. 
Oh, tenete lontane le sue ossa da quel carro comune; 
Il mattino s'invola sulle ali dei suoi anni 
E cento cicogne si posano alla destra del sole. 

Ario, Le mura di Gerico, monotipo su carta, 1971
Riportiamo qui di seguito le note di Ariodante Marianni alla poesia, utili per approfondire la lettura:

 v. 3: "The locks". Le serrature, come più oltre le chiavi e le catene, simboleggiano i legami che tenevano unito il corpo del vecchio. v. 6: "He stopped a sun". Fermò un sole perché da quel momento il sole non brillò più per lui. E' però probabile che "sun" stia per "bomba" e che la frase sia una alterazione dell'espressione slang "to stop a bullet", letteralmente "fermare un proiettile", col significato di esserne colpito. v. 10: "Drawn by a wound". "Wound" (ferita) è parola usatissima da Thomas con varie intenzioni. Il Tindall pensa che qui possa riferirsi al Cristo, detto altrove "world's wound". "Drawn" ha vari significati; i due più probabili in questo contesto sono "tirata" e "chiamata"; usando "tratta" si è inteso conservare nella traduzione un po' dell'ambiguità presente nell'originale, acquistando il senso di "assembramento di feriti", come traduce Bigongiari. Mi sono allontanato da questa pur valida interpretazione principalmente per due motivi: che si avrebbe l'unico "enjambement" del sonetto e che una stesura precedente del componimento, invece di "assembling", aveva "through ruin". v. 11: "Cage". La gabbia toracica. v. 14: "A hundred storks". Le cento cicogne simboleggiano l'età della vittima con un richiamo alle nascite (le cicogne della credenza popolare) che verranno a sostituire la sua esistenza nel mondo. da Poesie di Dylan Thomas, cura e traduzione di Ariodante Marianni, Mondadori (Oscar n° 254), Milano, settembre 1971 (IIa edizione), pag. 188

domenica 3 agosto 2014

Ritratto di poeta

Unicorni al guinzaglio, tragici amori,
gite nell’aldilà, eroiche risse:
tutto si svolge clandestinamente
nei sotterranei del suo piccolo cranio.
Chi ha parlato d’angeli in giro
di Muse svolazzanti?

Si vede un uomo a un tavolino,
non molto diverso da un comune archivista:
ogni tanto si scosta, solleva la testa,
stringe le palpebre affilando le nari,
ripete come un maniaco, gustando le sillabe,
decine di volte le stesse parole.

 Ariodante Marianni, da Un amore senile e altre spezie, Book Editore 2008