giovedì 7 marzo 2019

Per Ariodante Marianni, di Vincenzo Guarracino

Sulla rivista FERMENTI, n. 248, leggiamo un appassionato articolo di Vincenzo Guarracino, in ricordo di Ariodante Marianni. 
Guarracino ne commenta, con il consueto acume, alcune poesie, sia da Una strana gioia (2002), sia dall'ultima raccolta ''straordinaria e postuma '', Un amore senile e altre spezie (2008).
''Sensibilita' in grado di investirsi in modo onnivoro tra scrittura, critica, traduzione e pittura, sempre conservando e rivelando una capacita' straordinaria di stupore...'' osserva Guarracino di Marianni. E non sbaglia.



Troviamo la recensione anche su una rivista lombarda, grazie alla passione intellettuale di Guarracino.


sabato 23 febbraio 2019

L'uccisione del maiale, di Ariodante Marianni

       A Mario Socrate

Hai mai visto ammazzare un maiale? 
Da queste parti ancora lo macellano 
"al modo antico" che, dicono, 
dà i risultati migliori: carni bianche, 
senza residui sanguigni che le farebbero marcire. 
E' un modo atroce, che la legge proibisce.
Vanno al porcile, legano l'animale, 
gli infilzano nel grifo un uncino appuntito, 
tirano, e lo trascinano a un tavolaccio inclinato 
su cui lo stendono e lo sgozzano; 
e mentre quello urla e si dibatte, 
gli versano addosso acqua bollente 
e cominciano a radergli le setole 
(gliene versano anche in un orecchio 
perché gli spasmi aumentino 
e il sangue sia espulso con più forza).
Mi capitò di assistervi, una volta; 
non c'era crudeltà nei loro occhi: 
gesti precisi, coordinati, compiuti 
in calcolata successione, come un rito; 
e a cose fatte (sezionato il corpo, 
salate e insaccate le carni), nell'Agape 
che lo corona, la gaia compiacenza 
del còmpito bene eseguito. L'episodio 
mi è ritornato su come un rigurgito 
la notte scorsa, guardando un film giallo 
in cui un sicario parla di "contratti" 
con distaccata professionalità.                  
Le idee si associano spontaneamente: 
c'è un abisso fra l'ammazzare il porco 
e l'etica del killer! ma se rifletti, 
un legame lo trovi: è la coscienza 
dissociata dall'atto, l'alibi del lavoro 
"fatto secondo le regole" 
(che possono essere le più diverse: 
patti, usanze, modelli, ordini, leggi, 
dottrine e dogmi, e via discorrendo).      
C'è un'ossessione che mi porto dietro 
da quand'ero ragazzo, più oppressiva 
in questi giorni che scontiamo le ore 
d'un ultimatum di guerra: 
generali ed esperti intorno a un tavolo 
con le carte geografiche. In un silenzio 
che scava vuoti nella mente, 
un dito indica un punto su una mappa 
e una voce dà un ordine .


E' più d'un mese che ho interrotto
questa lettera: giorni vissuti male, 
sballottolati come sugheri fra ondate 
di pessimismo e speranza 
che la violenza atavica non prevarrà. 
Incollati davanti ai teleschermi, 
assistiamo "in diretta", ora per ora, 
al più antico spettacolo di massa.
Commenti e immagini, montate a ritmo 
incalzante, mantengono viva la suspense.
Vediamo truppe e carri armati, navi 
cannoneggianti, squadriglie in volo, 
fiamme e crateri (pochissimo  i morti, 
per non commuoverci troppo).
Alti gradi e politici o i loro portavoce 
arrivano ogni tanto a raccontarci 
le loro epopee rassicuranti.
Nel cielo buio delle Mille e una notte, 
missili e contraerea fanno le belle luminarie; 
dal deserto soffiano nebbie di sabbia.  

Amico mio, che inganno è il nostro! 
Vorremmo cose all'apparenza semplici, 
ma che sono impossibili; 
è triste ammetterlo, appartengono ai Miti.
E io mi sento ogni giorno più vicino 
a quel vecchio barbone che al tramonto 
rientrava nella botte dalle strade di Atene, 
reggendo in mano un lume traballante, 
un moralista disilluso che non poteva più soffrire 
di sentir esaltare questa meschina, tracotante, 
stolida, reiterata Storia delle vicende umane, 
così poco eccitante da stonare le trombe 
ad ogni minima variante del tedio millenario.
Batteri e virus sono i veri padroni 
(ho l'influenza, lo dico con cognizione di causa) 
e quanto noi contano topi e rane.   
  
Ho perso il filo da un pezzo, non so nemmeno 
come volevo concludere.
Poco male, diciamo che ti ho scritto 
per raccontarti come ammazzano il maiale 
da queste parti (Agro romano, alto Lazio).

Castel Giuliano, gennaio/febbraio 1991 


        Da  Una strana gioia (poesie 1982 - 2002), Manni Editore 2003.

Baghdad sotto i bombardamenti alleati il 18 gennaio 1991 (Ap. Corriere della Sera)

sabato 16 febbraio 2019

Ci fu un tempo, di Dylan Thomas. Traduzione di Ariodante Marianni

Was there a time
Was there a time when dancers with their fiddles
In children’s circuses could stay their troubles?
There was a time they could cry over books,
But time has set its maggot on their track.
Under the arc of the sky they are unsafe.
What’s never known is safest in this life.
Under the skysigns they who have no arms
Have cleanest hands, and, as the heartless ghost
Alone’s unhurt, so the blind man sees best.

Ci fu un tempo
Ci fu un tempo che i funamboli con i loro violini
Nei circhi dei bambini potevano frenarne i turbamenti ?
Ci fu un tempo che potevano piangere sui libri,
Ma il tempo ha posto il verme sul loro sentiero.
Sotto l’arco del cielo essi non sono al sicuro.
Ciò che rimane ignoto in questa vita è più sicuro.
Sotto i segni del cielo chi è privo di braccia
Ha le mani più nette, e, come il fantasma senza cuore
È il solo illeso, il cieco vede meglio.

D. Thomas, POESIE E RACCONTI, Einaudi Editore

martedì 22 gennaio 2019

Recensione a LA POESIA E LA VITA sul sito LITERAY.IT

Poeta, traduttore e pittore, Ariodante Marianni ha distribuito la sua prolifica attività nel corso di quasi sessanta anni. Apprezzato dagli autori suoi coetanei e, tra l’altro, collaboratore di G. Ungaretti, è stato impegnato anche in ambito critico. Il volume presentato, che testimonia la sua vasta attività in campo letterario, è a cura di Eleonora Bellini che ha atteso anche alla documentazione dell’attività pittorica dello stesso Marianni in un volume edito da Colophon Libri (2005).
Se in pittura l’autore, con lo pseudonimo di Ario, componeva disegni astratti in cui la fantasia regnava sovrana tanto da lasciare all’osservatore la definizione del quadro, pure dai segni precisi e dal cromatismo rigoroso e bilanciato, in letteratura Marianni aveva il dono della semplicità e del pudore, mantenendo uno sguardo attento e ispirato, senza declinare in derive stilistiche sdrucciolevoli. Versi misurati che restituiscono al lettore la meraviglia del poeta, con un’attenzione spasmodica a mantenere una dimensione discreta e rispettosa delle voci altrui. Probabilmente la sua passione per la letteratura, peraltro alimentata da tanta frequentazioni e amicizie con i maggiori dell’epoca, e l’esperienza come traduttore (tra gli altri Yeats, Thomas, Auden, Dickinson), hanno prodotto in Marianni una consapevolezza e una ”responsabilità” nel dosare la propria scrittura, tanto da indurlo a proporsi in qualità di poeta soltanto laddove la penna premesse per necessità di sguardo, ovvero laddove effettivamente quella prospettiva potesse aggiungersi alla nostra, senza alcuna interferenza di un ego mai scomodo o invadente. 
Recensione completa sul sito http://www.literary.it

Rara fotografia di Marianni a cinquantadue anni
 

lunedì 29 ottobre 2018

da Forum Italicum : A Journal of Italian Studies


Una nota su CONFITEOR, poemetto composto da Marianni nel 1952, in occasione del suo trentesimo compleanno e pubblicato 10 anni dopo a Roma in Poesia in piego, si legge in Forum Italicum vol. 18, 1984. Ve la ripoponiamo.


venerdì 28 settembre 2018

ARIODANTE, di Marzio Pieri

Sulla rivista di letteratura, storia e arte FERMENTI, diretta da Velio Carratoni (n. 457, 2018), si legge una appassionata ed esauriente recensione del volume LA POESIA E LA VITA. Ariodante Marianni dieci anni dopo, edito sempre per le Edizioni Fermenti nel 2017 e a cura di Eleonora Bellini. Marzio Pieri, autore del testo, nota, tra le altre cose, che si tratta di un libro tutto da leggere e tenere a portata di mano. Proponiamo qui la recensione per intero.





domenica 22 luglio 2018

Introduzione a Yeats, di Ariodante Marianni

Conferenza a “Tuttilibri”, Roma 7 aprile 1994

In un saggio del 1937, "Introduzione generale alla mia Opera", Yeats afferma che un poeta scrive sempre della propria vita, delle sue tragedie, qualunque esse siano, rimorso, amore perduto, o mera solitudine, ma che non parla mai direttamente come si fa con qualcuno a colazione, perché c’è sempre una “fantasmagoria”. Dante e Milton avevano le loro mitologie, Shakespeare i personaggi della storia inglese e dei racconti tradizionali, ma anche quando il poeta sembra più se stesso non è mai “quell’ammasso di accidentalità e incoerenza” che siede a tavola a mangiare con voi. Un narratore può descrivere tutte le accidentalità e le incoerenze che vuole; il poeta no, egli è più tipo che uomo, più passione che tipo. Egli è Lear, Romeo, Edipo, Tiresia. Come se fosse uscito da un dramma, è parte integrante della sua fantasmagoria. Ma quando scrive deve saper governare le proprie emozioni, oggettivarle; Yeats non ha dubbi, in proposito: “tutto ciò che è personale marcisce presto; dev’essere conservato nel ghiaccio o nel sale”. Quanto allo stile, esso é inconscio: “Io so quel che ho tentato di fare, poco ciò che ho fatto (egli dice); mi sono proposto di scrivere liriche brevi o drammi poetici in cui ogni parola doveva essere breve e concentrata, cercando di far coincidere il linguaggio della poesia con un discorso normale e appassionato, di scrivere in quel linguaggio che viene naturale nei soliloqui che facciamo tutto il giorno sugli avvenimenti della nostra vita o delle vite in cui ci rispecchiamo in quel momento”.
Pur ricordando che Yeats scriveva queste riflessioni verso la fine della sua carriera di artista e di uomo, mentre tenevano il campo generazioni successive alla sua (Eliot e Pound, Auden e Dylan Thomas, per fare qualche nome), la sua posizione sembra trascendere la pura difesa del proprio modo di scrivere per investire l’eterna polemica tra chi vive il presente vedendo in esso una continuità del passato e chi lo vive ripudiando ogni eredità, e, impaziente di agire, volta le spalle a una visione più complessa della storia e del mondo. Con altre parole, Yeats sostiene ciò che pensano molti, ossia che l’originalità (la personalità, la statura) di un autore non va cercata nelle novità esteriori dell’opera, ma nella ricchezza e nella complessità delle cose che dice e nell’eco profonda che suscita in chi ne fruisce.
Riguardo a Yeats, Giorgio Melchiori, il nostro più autorevole anglista – che pure non ha passato sotto silenzio “le innegabili ombre e penombre di una mente aperta alle influenze più varie e improbabili quando gli si presentavano in forma di suggestione immaginifica” – si è espresso con molta decisione: “In Yeats si riconosce ormai la maggiore voce poetica di lingua inglese degli ultimi cento anni, e v’è chi è pronto ad estendere il confine temporale addirittura a trecento anni, rispettando solo la grandezza di uno Shakespeare, di un Milton, di un John Donne. E non mette conto avanzare la considerazione che Yeats è poeta irlandese, e perciò a suo modo provinciale, appartenente a una letteratura ‘minore’. La grandezza di Yeats si manifesta proprio nella sua miracolosa capacità di superare con la sua istintiva forza e quasi violenza di poesia ogni remora o confine di tradizione, di nazionalità, di credo religioso, politico, filosofico”.
Una rapida scorsa ai dati biografici, soprattutto del periodo giovanile, può aiutare a chiarire i motivi delle “ombre e penombre” a cui il critico accenna e che hanno ostacolato, in passato, la piena accettazione dell’opera yeatsiana. Esse sono fortemente legate al suo sviluppo verso la maturità e investono i due più conclamati interessi che egli coltivò e che gli fornirono materia d’impegno civile e tanta autentica poesia: quello “nazionalistico” per la lotta per l’indipendenza dell’Irlanda, che Yeats condusse sul piano della cultura e lo portò ad approfondire lo studio della mitologia e delle credenze popolari irlandesi, e l’altro, più discusso e arduo da capire, l’interesse per l’occultismo e le pratiche esoteriche.
Illuminante il giudizio di Eliot: “Ci sono poeti la cui poesia può essere considerata più o meno isolata, per l’esperienza che vi si trova e il piacere che trasmette. Ce ne sono altri la cui poesia ha un’importanza storica più ampia. Yeats è uno di questi ultimi; è uno di quei pochi la cui storia è la storia del proprio tempo, e che fanno parte della coscienza di un’ epoca che, senza di loro, non può essere capita”. 
[...]
[...]

Yeats
 
Il testo integrale si può leggere nel volume LA POESIA E LA VITA. Ariodante Marianni dieci anni dopo a cura di Eleonora Bellini (Fermenti Editrice 2017), disponibile nelle migliori librerie on line e presso l'editore.

domenica 15 aprile 2018

"La poesia e la vita. Ariodante Marianni dieci anni dopo" approda a Princeton

Alla Princeton University Library è disponibile in lettura una copia del libro, a cura di Eleonora Bellini, dedicato all'attività letteraria di Marianni e uscito nel decennale della sua morte. Il lavoro del traduttore italiano di Whitman, di Williams e di Thomas riscuote ancora e sempre immutato interesse. Qui sotto il link alla scheda catalografica:

https://catalog.princeton.edu/catalog/10357178

Il saggio è disponibile presso l'editore (Fermenti, Roma) e in tutte le librerie on line.


lunedì 26 marzo 2018

Un pensiero per Ariodante, di Massimo Scrignòli

Nel ricordo di un incontro veronese, parlando di Roberto Sanesi
(e tuttavia con Eliot, Ungaretti, Dylan Thomas, Yeats …)

E tuttavia

per uscire dal mondo dovremo
intuire
decifrare
tradurre
l’angolo minimo di tempo dove

il pane è una luce verticale.

Si passerà da una porta assente
che si può immaginare dietro
le scale, in basso, all’opposto
del rosso che occupa le ore
per tutto il giorno. Il vecchio guardiano
conosce ogni passo, i lati insidiosi
eppure ripete
“Entrate entrate, poi
scendete sette scalini a destra.
Il luogo della fenice è un triangolo
vi accorgerete subito dove
conviene arrivare dove
non si dovrà andare”.

Si entra nel triangolo
e non si pensa a come uscire
se mai si dovesse tornare, o a fuggire
anche se nessuno dice da che cosa

ma è certo che accadrà
in un’altra parte del giorno.

(da Vista sull’Angelo, 1999)

Marianni alla Fiera dei Piccoli Editori, Castello di Belgioioso 2006
A Monselice per il Premio Internazionale di Traduzione, 11 giugno 2006 (il secondo da destra)